Polizia spara sulla folla in Tibet, quattro morti

Uccisi dalla polizia per essersi rifiutati di issare la bandiera del paese che ritengono invasore ed oppressore. E’ quello che è successo martedì, ma la notizia si è diffusa solo poche ore fa, nella contea di Driru (Biru in cinese), nella prefettura di Nagchu (Naqu per i cinesi) nel Tibet, provincia autonoma per i cinesi, regione occupata per i locali. Da un mese l’area è interessata da una ondata di proteste dopo che le autorità cinesi hanno emesso una ordinanza che obbliga tutti i residenti ad issare la bandiera cinese, soprattutto in considerazione che all’inizio di ottobre cade la festa nazionale cinese della nascita della Repubblica Popolare. Nonostante le forti pressioni da parte di autorità e forze di polizia, moltissimi locali si sono rifiutati di sottostare all’obbligo e hanno cominciato a manifestare. Domenica scorsa, il primo forte scontro tra polizia e manifestanti: i primi, per disperdere la folla, esplodono colpi di arma da fuoco sulla folla, facendo una sessantina di feriti. In quella occasione, i manifestanti chiedevano la liberazione di Dorje Draktsel, uno dei principali protagonisti della protesta anti bandiera cinese, che è stato poi arrestato. Martedì nuovamente in strada e nuovi spari della polizia. Questa volta, restano a terra quattro vittime, le prime dal 27 settembre, da quando sono cominciate queste manifestazioni. Secondo quanto riferiscono organizzazioni che si battono per i diritti dei tibetani, tre vittime provenivano dal villaggio di Sengthang ed uno da quello di Tinring. Una cinquantina di tibetani del villaggio di Yangthang sono invece stati feriti dei colpi esplosi dalle forze paramilitari cinesi. A seguito delle manifestazioni, le autorità cinesi hanno inviato nell’area migliaia di agenti e paramilitari per controllare l’area. A Sengthang e in altre zone, sono stati operati anche centinaia di arresti oltre a sequestri di telefonini, per evitare i collegamenti. Ma è caccia al residente dell’area anche in altre parte del Tibet. Nella capitale Lhasa, infatti, secondo il Tibetan Centre for Human Rights and Democracy, le autorità hanno cominciato una vera e propria caccia ai tibetani di Nagchu. Per l’occasione, è stato diffuso un codice “segreto” per identificare i residenti dell’area teatro delle manifestazioni, subito scoperto dai locali. Gli uomini di Nagchu vengono chiamati ‘turisti maschi’, le varie città e villaggi dalle quali provengono indicate con lettere dell’alfabeto. Giunti a Lhasa, vengono seguiti a distanza dalla polizia che ne annota gli spostamenti e ne informa i vari centri di polizia di zona. Quelle di queste settimane sono le ultime manifestazioni in Tibet, che hanno visto dal 2008, in concomitanza con il passaggio della fiaccola delle Olimpiadi di Pechino, una recrudescenza della soppressione di ogni forma di protesta da parte delle autorità di Pechino, che ha poi portato ad un aumento delle auto immolazioni. Dal 2011 sono 121 (122 considerando il primo caso avvenuto nel 2009) i tibetani che si sono dati fuoco in nome della libertà del Tibet e per il ritorno dall’esilio del loro leader spirituale, il Dalai Lama. Sono 24 le immolazioni dall’inizio di quest’anno. Sul totale delle autoimmolazioni, 103 sono uomini, 19 donne, 24 erano minori di 18 anni.

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1 Commento

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Una risposta a “Polizia spara sulla folla in Tibet, quattro morti

  1. Andrea Turci

    Reblogged this on Pillole Cinesi and commented:
    Da qui all’armonia se ne deve fare di strada.

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