Polizia cinese spara sulla folla in Tibet, 60 feriti

Spari sulla folla inerme che chiedeva la liberazione di un uomo che si era rifiutato di issare la bandiera cinese. E’ questo l’ultimo atto della repressione delle autorità cinesi in Tibet, denunciata da diverse organizzazioni non governative. E’ alta la tensione nella regione autonoma del Tibet, nella contea di Nagchu (Naqu in cinese) nella regione di Driru (Biru in cinese) dove ormai da diversi giorni si verificano scontri tra la popolazione locale e la polizia cinese. Domenica scorsa – ma la notizia è trapelata solo nelle scorse ore – l’ultimo violento episodio: gli agenti hanno aperto il fuoco su un gruppo di persone ferendone una sessantina. Secondo le finora scarse informazioni disponibili – fornite in gran parte dal sito di Radio Free Asia – almeno due dei feriti verserebbero in gravissime condizioni. Diversi manifestanti sono stati colpiti alle gambe e alle braccia. Ad alcuni sono state negate le cure. La polizia ha lanciato anche gas lacrimogeni e testimoni hanno riferito di numerose persone cadute in terra prive di sensi. I problemi nell’area sono iniziati lo scorso 27 settembre quando, a pochi giorni dalla festa nazionale cinese del 1/0 ottobre, migliaia di funzionari governativi e operai cinesi sono arrivati nella contea di Nagchu forzando le famiglie della zona e numerosi religiosi a issare la bandiera cinese su tutte le loro case, in segno di sottomissione all’egemonia cinese. A seguito del rifiuto di molti tibetani di obbedire sono iniziati scontri tra i residenti e la polizia locale. Alcuni tibetani, secondo quanto si apprende da fonti locali, avrebbero gettato nel fiume diverse bandiere cinesi in segno di protesta. Oltre 800 persone hanno marciato e protestato dinanzi agli uffici della contea. Tra questi Dorje Draktsel, uno dei principali protagonisti della protesta, che è stato poi arrestato. E domenica scorsa, ad una nuova manifestazione per chiedere il rilascio di Dorje sono seguiti nuovi violenti scontri. La zona delle violenze è stata ora circoscritta. Oltre 18.000 gli agenti che da giorni presidiano la zona. Dovunque posti di blocco e controlli a tappeto sulla popolazione mentre a nessuno viene concesso di arrivare da fuori, per isolare e limitare il flusso delle notizie verso l’esterno. Le forze dell’ordine cinesi hanno bloccato le principali vie di accesso, sequestrato cellulari e macchine fotografiche. Interrotte le linee internet e quelle telefoniche. E per contenere la volontà di rivolta le autorità locali continuano ad usare anche le minacce. Chi si rifiuta di adempiere a quanto chiesto dal governo locale subisce severe punizioni che vanno dall’espulsione dei figli dalle scuole al rifiuto di cure mediche, alla perdita del posto di lavoro. In particolare dal 2008 le aree della Cina con una forte presenza di tibetani sono frequentemente teatro di episodi di repressione e violenza da parte delle autorità cinesi. Il popolo tibetano sfida l’egemonia del governo di Pechino rivendicando il diritto di avere una propria identità soprattutto culturale, linguistica e religiosa, che invece Pechino non riconosce. Dal 2011 sono 121 i tibetani che si sono dati fuoco in nome della libertà del Tibet e per il ritorno dall’esilio del loro leader spirituale, il Dalai Lama. Sono 24 le immolazioni dall’inizio di quest’anno. Sul totale delle autoimmolazioni, 103 sono uomini, 19 donne, 24 erano minori di 18 anni.

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