Ergastolo a Bo Xilai, si chiude saga.

A vedere le immagini pubblicate sul sito della Intermediate People’s Court di Jinan, nella Cina orientale, nessuno penserebbe che quell’uomo con pantaloni neri un po’ corti, camicia bianca, intento, in mezzo a due poliziotti, ad ascoltare la sentenza di condanna all’ergastolo che lo riguarda, sia Bo Xilai, uno degli astri più luminosi della politica cinese, figlio di un padre della patria, destinato egli stesso ad incarichi di prestigio. Ed invece quell’uomo di 64 anni, con un sorriso sardonico, era proprio l’ex segretario di Chongqing, di Dalian ed ex ministro del commercio, colpevole, secondo il tribunale, di corruzione, appropriazione indebita e abuso di potere. Passerà ora la sua vita nella prigione di Qincheng, a Pechino, a meno che entro dieci giorni da lunedì non presenti ricorso, che questo venga accolto e che si riveda in senso benevolo la sua condanna. Tutto, o quasi, molto improbabile. La condanna di Bo Xilai è l’epitome della guerra alla corruzione che Xi Jinping, presidente cinese e segretario del partito, altro principino rosso e da molti ritenuto avversario di Bo almeno in quanto ad aspirazioni di potere, sta conducendo in Cina. La saga di Bo, degna dei migliori giallisti, a dire il vero comincia prima della nomina di Xi a guidare la Cina. Le accuse contro di lui riguardano comunque il periodo dal 1993 al 2007 quando è stato prima sindaco di Dalian, poi suo segretario politico, poi governatore della provincia del Liaoning e poi ministro del commercio. In questi ruoli, avrebbe abusato del suo potere per incamerare soldi e favori per se e per la sua famiglia. Secondo la corte, avrebbe intascato beni per almeno 20,44 milioni di yuan, quasi 2,5 milioni di euro. Tra questi, anche una lussuosa villa nella Francia meridionale. Altre tangenti, beni, biglietti aerei e altro destinati a sua moglie e a suo figlio, non sono stati riconosciuto come tangenti. La corte, che ha informato il mondo del processo attraverso i tweet inviati sul loro account nel twitter cinese, Sina Weibo, ha respinto al mittente tutte le tesi difensive. Bo era arrivato a dire, durante il processo celebrato dal 22 al 26 agosto scorso, che la testimonianza della moglie Gu Kailai (condannata l’anno scorso alla pena di morte commutata in ergastolo per la morte di Neil Heiwood) non doveva essere presa in considerazione perchè lei era pazza. Ha anche detto che quanto Wang Lijun, il suo ex braccio destro e principale accusatore, aveva riferito non doveva essere preso in considerazione perchè amante di sua moglie. Respinte anche le accuse di testimonianze estorte con le torture. Ma niente, la corte ha deciso di chiudere così il “processo del secolo”, l’ultimo atto della storia più scabrosa che ha scosso la Cina da decenni, probabilmente la più seria dal punto di vista politico dal 1976, da quando Jiang Qing, vedova di Mao Zedong, fu arrestata insieme ai suoi sodali della Banda dei quattro per essere poi processata tra il 1981 e il 1982. Su internet molti siti raccolgono ora commenti di utenti. Per alcuni analisti internazionali il processo ha dimostrato ancora una volta come quella cinese sia una giustizia parziale, per altri la condanna di Bo è ingiusta (ha moltissimi sostenitori in Cina), per altri è anche troppo leggera. Una cosa è certa: la condanna di Bo e degli altri papaveri di Pechino caduti nei mesi scorsi sotto la scure di Xi Jinping e della sua crociata anti corruzione, fa acquistare appeal al segretario del Partito mostrando che nessuno è indenne da possibili condanne. Soprattutto gli avversari politici.

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