Il silenzio della Cina dietro la grande muraglia per il Datagate e il Nyt denuncia la schedatura del dna di migliaia di americani

Dietro la Grande Muraglia, è silenzio sul Datagate dopo le ultime rivelazioni di Edward Snowden, secondo cui dal 2009 Cina e Hong Kong sono spiati dagli Stati Uniti. Ma su internet la sinistra maoista e nazionalista si scatena contro lo zio Sam, con toni da guerra fredda, come se la storica visita del disgelo di Richard Nixon e Henry Kissinger, nel 1972, non fosse mai avvenuta. Pechino ovviamente non scopre le carte, evitando di rivelare come intende affrontare gli sviluppi della vicenda di Snowden, l’ex impiegato dei servizi segreti americani che ha svelato l’esistenza di un massiccio programma di sorveglianza elettronica e che ora si e’ rifugiato ad Hong Kong, una Speciale Regione Amministrativa (Sar) che gode di un’ampia autonomia ma che fa parte della Cina. Sui siti di comunicazione sociale di internet, le rivelazioni dell’ex analista della Cia sono al centro di un’aspra polemica tra gli esponenti della destra riformista e della sinistra maoista. La portavoce del ministero degli Esteri cinese Hua Chunying, parlando ad un ‘briefing’ per la stampa a Pechino, ha affermato che il suo governo ”non ha informazioni da fornire” sulla vicenda. Eppure Snowden non solo si trova ad Hong Kong, ma ha anche rilasciato un’intervista al locale South China Morning Post, affermando tra l’ altro che i servizi americani ”hanno violato computer in Cina e ad Hong Kong dal 2009”, anche se ”nessuno dei documenti ha rivelato informazioni sul sistema militare cinese”. Negli Usa, alcuni commentatori hanno sollevato il sospetto che Snowden voglia vendere, o abbia gia’ venduto, materiale riservato alla Cina in cambio della protezione di Pechino dalla quale, in ultima analisi, Hong Kong dipende pur godendo di una forte autonomia. Il capo del governo locale C.Y. Leung ha affermato che il caso verra’ trattato ”secondo la legge”, mentre gruppi per i diritti civili hanno annunciato per sabato prossimo una manifestazione pro-Snowden. Su internet il pubblico cinese sembra piu’ interessato alla corruzione dell’ex capo delle ferrovie Liu Zhijun – che rischia la condanna a morte in un processo per corruzione – che alla vicenda di Snowden. A pubblicare i loro commenti sono stati soprattutto esponenti della sinistra nazionalista e maoista, che denunciano ”l’ ipocrisia” degli Usa e i ”traditori” cinesi, cioe’ i sostenitori della democrazia che avrebbero idealizzato il ”diavolo” statunitense. ”Fino quando la Cina non dara’ la caccia a coloro che sono contro il maoismo,contro il comunismo e contro la nazione, non potra’ fiorire”, ha scritto ad esempio l’ intellettuale nazionalista Zhang Hongliang. ”Quando smetterai di criticare gli Usa e criticherai il tuo governo?”, gli ha risposto un blogger democratico. In attesa di conoscere la posizione ufficiale di Pechino, la televisione di Stato sta dedicando lunghi e dettagliati servizi alle rivelazioni di Snowden mentre in un articolo pubblicato in prima pagina il China Daily, quotidiano controllato dal governo come tutti i media cinesi, sostiene che esse rappresentano una ”dura prova” per le relazioni tra le due potenze.
Il motivo è sempre lo stesso, la sicurezza: un numero sempre maggiore di polizie locali degli Stati Uniti sta raccogliendo e schedando in vere e proprie banche dati campioni di Dna di molte migliaia di americani, affermando che si tratta di un eccellente strumento per contrastare il crimine. Non solo telefoni e internet, dunque. In gran parte dei casi si tratta di Dna di criminali o presunti tali, ma spesso anche di loro vittime, i cui campioni vengono in molti casi raccolti a loro insaputa, con delle scuse sulle scene del crimine, e poi conservati. La rivelazione arriva dal New York Times, mentre continua a crescere la polemica per il cosiddetto Datagate. Mentre la Commissione europea ha rivelato di non aver ceduto alle pressioni degli Usa per proporre una legislazione sulla protezione dei dati personali ‘accomodante’ nei confronti delle richieste di Washington, il direttore dell’Fbi, Robert Mueller, difendere in una audizione in Congresso il controverso programma PRISM della National Security Agency (Nsa), il cui direttore Keith Alexander, che ieri si era difesa affermando di avere sventato “decine di attentati”, ha promesso che lunedì ne fornirà la lista. Secondo Mueller, le operazioni di sorveglianza elettronica avvengono “nel pieno rispetto della legge”, ha detto, confermando allo stesso tempo che è stata avviata una inchiesta penale sulle azioni della cosiddetta ‘talpa’ della Nsa, Edward Snowden, che ha causato “significativi danni” al Paese e alla sua sicurezza, e pertanto gli Stati Uniti faranno “tutti i passi necessari” per portarlo davanti alla giustizia. Ma mentre ancora non è chiaro di quali reati Snowden si sia reso colpevole, molti giuristi si stanno cimentando per escludere che possa essere incriminato di tradimento, rispondendo così indirettamente, e a volte polemicamente, a diversi politici, come lo speaker della Camera, John Bohener, o la presidente della Commissione intelligence del Senato, Dianne Feinstein, secondo cui si tratta di “un traditore”. L’Articolo III della Costituzione, fanno notare, stabilisce stretti parametri per l’accusa di tradimento, tra cui fare guerra agli Stati Uniti o unirsi ai suoi nemici. Si tratta di paletti ben precisi, ed è per questo che finora meno di 30 americani sono stati incriminati di tradimento, nessuno dei quali dopo la Seconda guerra mondiale. In ogni caso, Snowden è comunque scomparso di nuovo. Forse solo fino alla prossima puntata, ma intanto, le sue ultime affermazioni, secondo cui l’intelligence Usa da anni spia migliaia di computer in Cina ad Hong Kong, stanno suscitando in Oriente le prime reazioni. Da Pechino, ancora non ci sono state reazioni ufficiali, ma intanto la stampa ufficiale comincia a mostrare un certo risentimento. Le nuove rivelazioni, ha scritto il China Daily, “metteranno sicuramente a dura prova” le relazioni Cina-Usa. Citando un esperto della China University of Foreign Studies, il giornale ha sottolineato che Washington “per mesi ha accusato la Cina di spionaggio cibernetico e ora emerge che la principale minaccia per la privacy e per la libertà individuale negli Usa è il potere incontrollato del governo” americano. In quest’atmosfera, il nuovo allarme lanciato dal New York Times sulla raccolta del Dna di molte persone, con relative implicazioni per la privacy, di certo getta benzina sul fuoco. Anche perché il fenomeno, finora di fatto di competenza esclusiva dell’Fbi, sta diventando in molte stazioni di polizia “una routine”. Da quando cioé una decina di giorni fa la Corte Suprema ha stabilito che la polizia può prelevare campioni del Dna da chi viene arrestato o indagato, anche se non già condannato per un crimine. E così i database crescono velocemente. Solo per fare alcuni esempi, il NYT scrive che New York City ha campioni del Dna di 11mila sospetti. Nella contea Orange della California ne sono conservati 90mila, mentre a Baltimora c’é una banca dati con il Dna di 3.000 vittime di omicidio.
fonte: ANSA

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