Cina e Corea del Nord, un’alleanza a prova di Bomba. Reportage di Beniamino Natale al confine tra i due paesi

I turisti affollano, come sempre, il ‘Ponte Corto’ di Dandong, una vivace città commerciale di un milione di abitanti nel nordest della Cina, sul confine con la Corea del Nord. “Forse sono un po’ più del solito”, dice una donna che vende souvenir nordcoreani, il volto coperto da un fazzoletto e la testa da un cappellaccio calato sulle orecchie, per proteggersi dalle folate di vento che di tanto in tanto spazzano le coste del fiume Yalu, che separa i due Paesi. Il ponte deve il suo nome ad un bombardamento effettuato dall’ aviazione americana durante la guerra di Corea (1950-53), che lo ha spezzato a metà. Dalla parte cinese, i turisti ridono e si fotografano l’uno con l’altro. Un soldato nordcoreano, le mani in tasca, passeggia sull’altra sponda, a non più di cinquanta metri di distanza, con aria tutt’altro che marziale. Se davvero si sta preparando una guerra, a Dandong non se n’é accorto nessuno. Il giudizio degli abitanti sull’effetto delle sanzioni, che la Cina ha approvato insieme agli altri membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu dopo il test nucleare nordcoreano del 12 febbraio, è unanime: qualche cambiamento di facciata, ma in sostanza “business as usual”, affari come al solito. Dandong è la porta degli scambi tra la Corea del Nord e la Cina del nordest. Commerciati e piccoli imprenditori dei due Paesi, spesso ex militari, portano materie prime in Cina e manufatti dall’altra parte della frontiera. Le regioni settentrionali della Corea del Nord hanno nella relazione con la Cina una fonte insostituibile di beni di consumo e di reddito: secondo un imprenditore locale, sono circa 40mila i lavoratori nordcoreani impiegati nelle fabbriche della zona. “Alcune imprese cinesi hanno aperto delle fabbriche in Corea del Nord – spiega uno di loro – lì si spende un po’ di meno ma i controlli sulla qualità del prodotto sono molto più difficili”. L’afflusso dei lavoratori, secondo notizie apparse sulla stampa cinese e internazionale, sarebbe stato ridotto dopo l’approvazione delle sanzioni, ma i controlli sono impossibili. Le banche hanno congelato i conti intestati a cittadini della Corea del Nord ma non quelli dei loro partner cinesi. “Nella pratica i nostri affari non sono stati toccati”, ha dichiarato un commerciante locale al quotidiano giapponese Asahi Shimbun. Un altro imprenditore afferma che il flusso di camion carichi di merce da una parte all’altra del ‘Ponte dell’Amicizià – costruito dopo la fine della guerra a pochi metri di distanza dal ‘Ponte Corto’ – è diminuito di giorno ma rimane intenso dopo il tramonto. La situazione di Dandong riflette il dilemma della Cina di fronte alle intemperanze del suo turbolento vicino. A Pechino le voci che chiedono di abbandonare la Corea del Nord al suo destino sono sempre più insistenti. Ma le considerazioni geo-strategiche – la possibilità, in futuro, di uno showdown con gli Usa nel Pacifico – e il timore che un crollo del regime di Pyongyang provochi un destabilizzante afflusso di profughi coreani nel nord della Cina – spingono Pechino a mantenere un atteggiamento estremamente prudente verso il piccolo Paese alleato. “E’ vero che nella dirigenza cinese c’é stato un cambiamento fondamentale nel modo di guardare alla Corea del Nord”, sostiene Kim Heung-kyu, professore di Scienze Politiche alla Sungshin Women University di Seul ed esperto della relazioni tra la Cina e le due Coree. “Il precedente presidente, Hu Jintao, considerava la Cina un Paese in via di sviluppo. Il suo successore Xi Jinping ritiene invece che la Cina si debba affermare come la nuova potenza sulla scena internazionale”. “In quest’ottica la Corea del Nord rimane un Paese ‘fratello’, ma un fratello minore, che deve ubbidire a Pechino”. “Ma prima che questo si traduca in cambiamenti visibili della politica cinese verso la Corea del Nord, passeranno degli anni”, assicura il professore.

fonte: Beniamino Natale per Ansa

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