Governo pensa a revisione del sistema dei campi di lavoro. Li aboliranno?

La Cina potrebbe cancellare entro l’anno l’uso dei campi di lavoro, la pratica della “rieducazione attraverso il lavoro”, in vigore al 1957. La notizia è stata diffusa in mattinata da diversi messaggi su Weibo, il Twitter cinese. Secondo le informazioni, poi sparite dalla rete, l’annuncio sarebbe stato fatto da Meng Jianzhu, capo della Commissione per gli affari politici e legali del Partito, dalla quale si controlla il potentissimo apparato di sicurezza cinese. Secondo quanto circolava su internet, in un incontro Meng (che fino allo scorso 28 dicembre era ministro della Pubblica sicurezza) avrebbe annunciato l’interruzione della pratica della ‘rieducazione attraverso il lavoro’, i cosiddetti laojiao (abbreviazione di ‘laodong jiaoyang’). La notizia, confermata anche dal direttore del giornale del ministero della Giustizia cinese, è stata però parzialmente modificata dall’agenzia Nuova Cina che in serata ha comunicato che il governo cinese andrà avanti nella ‘riforma’, senza citare la possibilità della chiusura dei campi. In questi, la polizia può inviare persone fino a 3 anni (con possibilità di estensione di un anno, ufficialmente), senza processo. Negli ultimi mesi diverse volte la pratica era stata criticata anche dalla stampa cinese vicina al partito. In particolare ad agosto una donna era stata condannata a 18 anni per aver protestato chiedendo una pena pesante nei confronti dell’uomo che era stato condannato a sette anni per aver rapito, violentato e indotto alla prostituzione sua figlia di 11 anni. La donna fu liberata dopo una settimana dopo che giornalisti, scrittori, gente comune e accademici si mobilitarono in suo favore. Le critiche al sistema dei laojiao muovono anche dal fatto che la loro pratica è in contraddizione con la costituzione cinese. Non ci sono maggiori dettagli in cosa consista la riforma, né se debba portare alla soppressione della pratica. La riforma era comunque già contenuta in un libro bianco sulla giustizia pubblicato ad ottobre dalle autorità competenti e ci fu anche una raccolta di firme per la loro abolizione. Secondo Nuova Cina, che diffonde dati relativi al 2008, sarebbero 350 i campi di rieducazione, nei quali sono rinchiuse 160.000 persone, mentre altre fonti televisive cinesi parlano di 300.000 reclusi. Ma i numeri come sempre sono ballerini: secondo l’ultima edizione, 2008, del dossier della Ong americana Laogai Foundation (fondata da Harry Wu che ha trascorso in un laogai dal 1960 al 1979) in Cina ci sarebbero 1422 campi attivi. Il laogai è diverso dal laojiao: nel primo, chiamato prigione dal 1990, ufficialmente cancellato dal 1997 (ma la condanna ai lavori forzati resta), il condannato vi veniva spedito dopo una sentenza di tribunale per reati maggiori, non veniva pagato e perdeva i diritti politici. Nel secondo, invece, vengono rinchiuse persone ritenute colpevoli di reati minori (reati contro il patrimonio, prostituzione, consumo di droga) ma anche oppositori al regime, postulanti, religiosi e fedeli. Ricevono un modesto salario per il loro lavoro e non perdono i diritti politici. L’annuncio di oggi lascia il campo a molte speculazioni, soprattutto su cosa succederà a coloro che sono attualmente rinchiusi nei campi o cosa succederà a coloro che saranno ritenuti colpevoli in futuro dei reati che ora portano ai laojiao.

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