Il partito comunista cinese teme la società civile

Il partito comunista cinese e le autorità di Pechino, hanno paura della società civile. E’ questa l’idea alla base della decisione del ministero della propaganda, l’organo che ‘armonizza’ la vita in Cina, di vietare le parole ‘societa’ civile’ sui media cinesi. La denuncia arriva dai blog, rappresentano una delle poche fonti di informazione alternative a quelle ‘armonizzate’, dove si rivela che la frase cinese ‘gongmin shehui’, ‘societa’ civile’ appunto, è stata bandita dai media. Secondo le denunce on line, la decisione del ministero della propaganda nascerebbe dalla volontà di reagire alla crescente partecipazione civile nella politica soprattutto attraverso internet. Ed è sempre la rete il luogo dove nasce il dissenso alla decisione ministeriale, con numerosi post sui siti sia cinesi che stranieri ma anche sui microblog e i social network tipo QQ, dove si legge che la cosa è di fatto impossibile. Negli ultimi anni, infatti, il numero dei navigatori cinesi su internet è aumentato, così come la presa di coscienza di internet come mezzo di informazione o di denuncia. La decisione del ministero della propaganda si scontra proprio con questa nuova aria che spira, seppure in sottofondo, in Cina. Chi vuole rispettare il divieto cerca alternative. “Poiché il termine società civile non è consentito – ha scritto sul forum China Media Project Liao Baoping, un giornalista del Changjiang Commercial Daily – alcuni media hanno cominciato ad utilizzare il termine pubblica società che secondo me è persino più forte. Il sistema di vietare certe espressioni non può certamente servire ad eliminare le opinioni”. La scelta di Liao è molto semplice, perché in cinese cambia un solo ideogramma, passando da ‘gongmin shehui’ a ‘gonggong shehui’, espressione usata già in molti giornali anche ‘armonizzati’. Da dicembre almeno 271 articoli, secondo una ricerca del sito WiseNews, database della stampa, hanno incluso il termine ‘societa’ civilé, mentre dall’inizio di gennaio le parole sono state usate in 50 articoli, 18 dei quali solo pubblicati nella provincia del Guangdong. Ma giornali più ‘armonizzati’, come il People’s Daily, l’organo ufficiale del partito comunista cinese, non pubblicano l’espressione dall’aprile dell’anno scorso.

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