Conferenza sulla Mongolia

Oggi alle 18 al MAO (Museo d’arte orientale di Torino, Via San Domenico, 11) terrò una conferenza-conversazione sulla Mongolia. Ingresso libero.

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Xi Jinping, all’Apec per difendere il libero commercio

articolo pubblicato da Affarinternazionali

La Cina che si sta imponendo al mondo è un Paese bivalente che se dal punto di vista della politica interna è improntato ad un rigorismo e a un conservatorismo che non ha precedenti, quanto meno nei tempi più recenti, dal punto di vista della proiezione esterna, in chiave per lo più economica, tende ad aprirsi sempre di più.

Non a caso, in occasione del recente vertice Apec (Asia Pacific Economic Cooperation) tenutosi a Lima, l’ormai quasi “leader maximo” Xi Jinping ha fortemente difeso il libero commercio.

Chiusura interna, apertura internazionale
Una chiara risposta al neo presidente Usa, Donald Trump, che del protezionismo (e della lotta al made in China con l’ipotesi dell’introduzione di nuovi pesanti dazi per il paese del dragone) ha fatto uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale (a dire il vero, poco applicabili, più slogan elettorali che altro).

E mentre si apre al mondo globalizzato, Xi Jinping all’interno concentra sempre di più su di sé il potere politico. Da quando è diventato presidente, nel 2013, ha assommato nella sua persona un numero sempre maggiore di cariche, compresa quella di Comandante del centro operativo delle forze armate. Qualche analista ha detto che dai tempi di Mao nessun altro leader aveva avuto tanto potere.

E dalla fine di ottobre il presidente cinese è diventato anche “nucleo” della leadership del partito. Durante il sesto Plenunum del Comitato Centrale del partito comunista, infatti, Xi ha ottenuto anche questa nuova nomina. Un ulteriore rafforzamento dei suoi poteri, dimostrata anche dalla nomina di suoi sodali a posti chiave o a capi di commissioni che di fatto guidano, sotto il suo controllo, il paese. Xi ha anche licenziato il ministro dell’economia, sostituendolo.

Un cinese a capo dell’Interpol
Fa parte del soft power cinese e del suo accreditamento internazionale anche la recente nomina a capo dell’Interpool di un cinese, Meng Hongwei, ex viceministro della pubblica sicurezza, che succede alla francese Mireille Ballestrazzi. E se per qualcuno avere un cinese a capo dell’Interpool potrebbe favorire il miglioramento dei rapporti internazionali della Cina con gli altri Paesi, per altri non si tratta che dell’ennesimo colpo di Xi per perseguire la sua politica anti-dissidenza.

Già in passato infatti la Cina aveva dato all’Interpool un lungo elenco di nomi di ricercati, latitanti all’estero (corrotti ma anche dissidenti per motivi politici) per i cinesi, rifugiati per altri, che potrebbero vedersi obbligati a tornare in patria. Molti di questi vivono in Paesi che non hanno trattati di estradizione con la Cina, a causa della presenza di torture e pena di morte in questo Paese.

Ma alcuni Stati, come il Canada, hanno deciso di cominciare a discutere un trattato del genere con Pechino. La preoccupazione è che, come per la lotta interna agli oppositori, la Cina possa sfruttare l’autorevolezza del capo dell’Interpool (che non ha sua polizia ma coordina e indirizza azioni) per combattere chi si oppone al regime cinese, come accade per gli uighuri.

L’originale giuramento dei parlamentari di Hong Kong non piace alla Cina
E lo strapotere cinese si fa sentire sempre di più anche a Hong Kong. La ex colonia britannica infatti fa sempre più fatica a conservare la sua autonomia e indipendenza nei confronti della politica accentratrice e decisionista di Pechino.

Il tribunale di Hong Kong ha deciso pochi giorni fa di sospendere due membri del nuovo parlamento, eletti lo scorso settembre, dopo che proprio Pechino, il 7 novembre, aveva sollevato la questione che il giuramento da loro prestato fosse da considerarsi nullo e invalido.

La questione era sorta dopo che i due giovanissimi neo parlamentari, Sixtus Leung (detto Baggio in onore del famoso calciatore italiano) e Yau Wai-ching, il 12 ottobre, durante l’ufficiale cerimonia di giuramento e fedeltà, avevano deciso autonomamente di non attenersi alle formule standard che prevedono un giuramento di fedeltà sia alla regione autonoma di Hong Kong che alla repubblica cinese, ma avevano inserito nel discorso alcune espressioni in chiave anti-cinese e si erano presentati avvolti nella bandiera di Hong Kong, con sopra la scritta “Hong Kong is not China”.

Nel recitare le formule avevano anche intenzionalmente pronunciato male il termine “Cina” utilizzando lo stesso modo dispregiativo usato dai nazi-giapponesi. I due, che fanno parte del partito pro indipendenza Youngspiration, hanno già annunciato che faranno appello e che non intendono cedere.

In questo caso Pechino ha agito, almeno formalmente, nella cornice della legalità e del consentito. Il Paese del dragone infatti ha giustificato la sua intromissione negli affari di Hong Kong avvalendosi di una clausola presente nella costituzione di Hong Kong, la cosiddetta Basic Law, che consente alla Cina in particolari circostanze di prevalere sul legislatore locale.

Una clausola in verità usata nella storia solo cinque volte, sempre però per rimarcare, come sostengono i protestanti, che Hong Kong di fatto non è indipendente o comunque lo è sempre meno. E del resto la posizione di Hong Kong nei confronti della Cina è sempre stata particolare e di difficile definizione, sin da quando, nel 1997, la città, sottratta agli inglesi, ritornò di fatto alla Cina.

Gli accordi presi stabilirono un periodo di transizione, fino al 2024, durante il quale Hong Kong si sarebbe governata da sola, in base al principio “un Paese, due sistemi”. E per questo periodo fu varata appunto una “mini costituzione” che però tra le sue clausole prevede la possibilità per la Cina di intervenire.

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Ombrelli gialli nel parlamento di Hong Kong

Articolo pubblicato da Affarinternazionali

Mentre il presidente cinese Xi Jinping era impegnato ad Hangzhou a dimostrare il valore politico e il ruolo che Pechino vuole acquisire nel mondo, l’establishment cinese riceveva un sonoro ceffone da Hong Kong.

Nelle elezioni dell’ex colonia britannica, che servivano a disegnare il nuovo parlamentino (Legislative Council of Hong Kong, LegCo), non solo si è registrata la più grande affluenza al voto nella storia elettorale locale iniziata del 1998 (58%) , ma gli hongkonghini hanno fatto chiaramente sapere che non vogliono perdere il loro status, arrendendosi a diventare una filiale della madre patria.

L’ex colonia britannica ancora assetata d’indipendenza
I leader della protesta del 2014, poi ribattezzata la rivoluzione degli ombrelli dopo essere stata Occupy central, sono entrati in parlamento, cavalcando lo slogan dell’indipendenza. E questo crea non pochi problemi a Pechino.

Il parlamento di Hong Kong conta 70 seggi, 35 dei quali vengono assegnati dal verdetto delle urne e il resto su scelta (diciamo cooptazione) anche di aziende, ma sempre dietro pressioni di Pechino. Questo perché il governo centrale cinese, quando nel 1997 ha preso in mano dagli inglesi Hong Kong, voleva assicurarsi una base su cui poteva contare per far passare idee e leggi.

Mai il legislatore cinese dell’epoca avrebbe potuto pensare che l’ex colonia un giorno si sarebbe rivoltata contro come è successo dal 2014 ad oggi. Gli indipendentisti e gli oppositori a Pechino hanno conquistato, infatti, più dei 24 seggi necessari per bloccare riforme costituzionali. E qui il mal di testa di Pechino che avrà vita non facile per imporre propri cambiamenti in vista del 2047, quando Hong Kong tornerà completamente sotto controllo cinese.

Fino ad allora, dovrebbe vigere il principio di “un paese due sistemi” che dovrebbe garantire una certa autonomia a Hong Kong. Da qualche anno a questa parte però, la pressione di Pechino sull’ex colonia britannica si è fatta sempre più forte, complici soprattutto gli ultimi due leader del governo locale (uno dei quali, Leung Chun-ying, derogando alla tradizione, ha addirittura giurato alla sua nomina in mandarino, lingua della capitale cinese e non i cantonese, parlato a Hong Kong), che non hanno perso occasione per ribadire la filiazione dell’ex colonia dalla “madre patria”.

Suffragio universale, non alla cinese
Proprio sulla figura del capo del governo locale si sono accesi gli animi che hanno portato agli scontri nel 2014. Pechino aveva promesso che le prossime elezioni del 2017 sarebbero state le prime nelle quali la Cina avrebbe concesso il suffragio universale per la scelta del capo del governo locale (chief executive), come stipulato nella Legge Fondamentale, la mini-costituzione di Hong Kong.

Il progetto di riforma di Pechino prevedeva un suffragio universale “alla cinese”: i cittadini di Hong Kong avrebbero sì potuto eleggere il loro candidato preferito alla carica di capo dell’esecutivo locale, ma tra una rosa di due o tre nomi, scelti da un gruppo di 1200 persone per la quasi totalità vicine a Pechino.

Ad agosto 2014, l’annuncio di questa riforma (poi respinta), scatenò le proteste di larga parte dell’opinione pubblica hongkonghina, che sfociarono nell’autunno successivo in settimane di manifestazioni. Una Occupy Hong Kong che chiedendo un vero e proprio suffragio universale, catapultò l’ex colonia britannica sui media internazionali per il grande numero di partecipanti, soprattutto giovani universitari, che si battevano contro il potere di Pechino.

Un vento di cambiamento pericoloso per Pechino
I leader di quella rivolta, tutti giovanissimi, siedono ora in parlamento, uno di loro è il più giovane deputato mai eletto e un altro il più votato in assoluto. Bisogna ora vedere se avranno la capacità politica di non restare fossilizzati sulle loro posizioni (ultimamente parlano solo di indipendenza da Pechino) o saranno in grado di riuscire a stringere alleanze con gli altri partiti anti Pechino, per portare a casa, passo dopo passo, risultati che allontanino la Cina da Hong Kong.

Qui, infatti, si potrebbe davvero realizzare quella piena autonomia che Pechino ha sempre promesso in altre regioni, come Tibet e Xinjiang, ma che non è mai stata realizzata. Per ora Pechino tace, segno che sta pensando a una soluzione.

La Nuova Cina, l’agenzia ufficiale Xinhua, ha riportato il comunicato dell’ufficio del Consiglio di Stato per gli affari di Hong Kong e Macao, nel quale si ribadisce la ferma opposizione a qualsiasi forma di indipendenza contraria alla costituzione cinese e alle altre leggi.

Ma i mal di testa restano e i vertici di Pechino dovranno dimostrare le capacità diplomatiche e di statisti che Xi Jinping ha voluto mettere in mostra ad Hangzhou per accreditarsi con il mondo. Altrimenti, da Hong Kong può spirare (ma è davvero una ipotesi remota) un vento di cambiamento in tutto il Paese. Ed è forse questo il timore maggiore per Pechino.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri. Nel 2003 era alla stampa della presidenza italiana del consiglio dell’Ue; poi 6 anni in India come corrispondente per l’Ansa e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo (Twitter: @nellocats).

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La corte dell’Aia ha deciso: le isole del mar cinese meridionali non sono della Cina

Articolo pubblicato da Affarinternazionali

È storica la sentenza del Tribunale internazionale dell’Aja di ieri per la quale la Cina non ha alcun diritto di rivendicare le risorse marine del Mar cinese meridionale, nell’ambito della cosiddetta “linea dei nove punti”, formulata da Chiang Kai Sheke poi ereditata dai governi cinesi successivi.

Comprende un’area vastissima di circa 3,5 milioni di chilometri quadrati. Questo in sintesi il parere dei giudici su una questione che va avanti ormai da molti anni e che vede Cina e Filippine (oltre a diversi altri Paesi contro il gigante asiatico) in continua battaglia per il predominio su quest’area. “La Cina ha violato i diritti sovrani delle Filippine nella sua zona economica esclusiva (Zee) interferendo con i loro diritti di pesca e di esplorazione petrolifera costruendo isole artificiali e senza impedire che pescatori cinesi agissero nell’area”, dice la sentenza.

Dalla secca di Scarborough alle Spratley
Le Filippine avevano presentato il ricorso al Tribunale dell’Aja nel 2013, incentrandolo in primo luogo sulla proprietà della secca di Scarborough, che consiste in un gruppetto di scogli che affiorano per circa due metri sul livello del mare, e che si trovano nel Mar cinese meridionale a 250 km dalle coste di Manila e a 900 da quelle cinesi. La secca è stata occupata dalla Cina che ne rivendica la sovranità. Per le Filippine invece la Cina ha violato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos).

La disputa sul Mar cinese meridionale, che vede in prima battuta antagoniste proprio Cina e Filippine, coinvolge in verità anche diversi altri paesi dell’area tra i quali Malaysia, Brunei, Vietnam e Taiwan, tutti interessati al controllo di isolotti e scogli di questo tratto di mare, tra cui le isole Spratley e le Paracelse, tratto considerato ricchissimo di risorse naturali, gas e petrolio principalmente.

Qui, specie negli ultimi anni, Pechino ha costruito installazioni militari e civili, aeroporti. Nella sentenza si legge che Pechino ha anche in tal modo creato danni all’ambiente naturale, distruggendo o facendo morire alcune parti della barriera corallina.

Per i giudici del tribunale dell’Aja il 90% dell’area rivendicata da Pechino appartiene dunque in realtà ad acque internazionali ed è indebitamente considerata propria dal Paese del dragone.

Il governo di Manila, pur soddisfatto dell’esito del ricorso, mantiene al momento un atteggiamento moderato, temendo forse un pericoloso aumento della tensione con la Cina che potrebbe persino portare ad un conflitto tra i due Paesi. Lo stesso presidente filippino, Rodrigo Duterte, ha chiesto moderazione e sobrietà al suo popolo in questa occasione, dichiarandosi favorevole al dialogo. “Le Filippine plaudono e accolgono con rispetto questa decisione che rappresenta una pietra miliare e un contributo fondamentale nelle controversie nel Mar cinese meridionale”, ha invece detto il ministro degli Esteri filippino Perfecto Yasay.

La sentenza di oggi, in effetti, potrebbe anche dare la stura ad un’altra serie di ricorsi analoghi da parte degli altri paesi dell’area, coinvolti nella disputa e interessati alla sovranità del Mar cinese meridionale.

Pechino contro l’Aja
Pechino, dal canto suo, confermando quanto aveva già detto nei giorni scorsi, ha subito fatto sapere di considerare la sentenza dell’Aja, “carta straccia”, negando anche la stessa giurisdizione della Corte sulla materia. Il portavoce del ministero degli esteri cinese, Lu Kang, ha dichiarato che il verdetto “non ha alcun tipo di valore legale”.

Nei giorni scorsi, forse anche già presagendo quanto sarebbe stato stabilito dalla sentenza, la Cina aveva anche provato a screditare i giudici, mettendone in dubbio la capacità e la trasparenza di giudizio. Quella della Filippine in verità è più una vittoria di immagine che di sostanza.

È probabile che poco o nulla cambierà, almeno nell’immediato futuro e che la Cina proseguirà imperterrita sulla sua strada. Il problema infatti deriva soprattutto dal fatto che la Corte internazionale dell’Aja, essendo stata chiamata in causa unilateralmente dalle Filippine che hanno presentato il ricorso, non ha nessun potere vincolante nei confronti della Cina, non può cioè costringerla a rispettare quanto deciso.

Ed è su questo che la Cina confida. A fare la differenza a questo punto potrebbe essere solo la posizione degli Stati Uniti e degli altri Paesi occidentali. Resta infatti ora da vedere cosa farà Washington e come, di conseguenza, la Cina deciderà di muoversi in seguito. Vero è che solo pochi giorni fa il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, in un colloquio con il Segretario di Stato americano, Kerry, aveva invitato gli Stati Uniti a non intromettersi nella disputa territoriale nel Mar cinese meridionale.

Appunto a Ulaan Baatar
Fra pochi giorni, il 15 e 16, a Ulaan Baatar, in Mongolia, Cina e Filippine si troveranno faccia a faccia o, meglio, seduti di fianco nel vertice asiatico-europeo Asem, che riunisce ogni due anni i capi di stato e di governo di oltre 50 paesi. Pechino, a capo della cui delegazione c’è il primo ministro Li Keqiang, ha già annunciato dichiarazioni a riguardo. I giapponesi, che siederanno allo stesso tavolo, hanno fatto trapelare di voler anch’essi far sentire la loro voce a riguardo. Dal mare, la battaglia per la sovranità su un gruppo di scogli, si sposterà sulle colline della capitale mongola.

Nicola Berto mi suggerisce che: La sentenza sarà comunque vincolante Art. 296 UNCLOS non potrà essere “enforced” ma ritorsioni ecc.

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Per il fondatore di Alibaba, i prodotti fake sono di migliore qualità e più economici degli originali

Questo il pensiero di Jack Ma, il fondatore di Alibaba, proprietario del maggior gruppo dell’ecommerce mondiale attraverso le sue società come Tmall e Taobao, le piattaforme più usate in Cina. L’uomo più ricco di Cina, protagonista della Ipo più grande della storia americana, ha espresso il suo pensiero ieri in una conferenza di investitori, spiegando che i prodotti contraffatti spesso sono di qualità più alta e più economici, quindi in definitiva migliori, dei prodotti reali. La società di Jack ma già in passato, più volte, era stata accusata di favorire la vendita di prodotti falsi. E gli italiani, come molti altri nel mondo, hanno fatto la fila per poter vendere i loro prodotti sulle piattaforme del tycoon cinese. Di seguito, un articolo  di Bloomberg sull’argomento.

Alibaba Group Holding Ltd. founder Jack Ma said Chinese-made counterfeit goods today have gotten better than the genuine article, complicating the effort to root out fakes on the country’s largest online shopping services.

QuickTake Alibaba

Global brands have long relied on China and other low-cost manufacturing bases to beef up margins. But those same factories have gotten savvier over the years and are now using the Internet — including Alibaba’s platforms — to sell their own products straight to consumers, Ma told the company’s investor conference on Tuesday. Still, Alibaba is the best in the world at fighting the sale of counterfeits, he added.

“The problem is that the fake products today, they make better quality, better prices than the real products, the real names,” Ma said in Hangzhou, China. “It’s not the fake products that destroy them, it’s the new business models.”

“The exact factories, the exact raw materials, but they do not use their names.”

Jack Ma.
Jack Ma.
Photographer: VCG via Getty Images

Failing to clean up online bazaars like Taobao could alienate merchants and shoppers abroad, particularly at a time when Alibaba is drawing scrutiny from both investors and international brands over its reputation as a haven for knock-offs. Its membership in the International AntiCounterfeiting Coalition, a nonprofit global organization that fights counterfeit products and piracy, was suspended in May after questions were raised about conflicts of interest involving the coalition’s president. That’s after its inclusion in the group irked some members who said the company wasn’t going far enough to cull fakes from its marketplaces.

Right or wrong, Ma’s comments on the caliber of counterfeits may not sit well with those trying to tackle an endemic problem that’s tarred China’s image abroad.

“It’s inappropriate for a person of Jack Ma’s status to say something like this,” said Cao Lei, director of the China E-Commerce Research Center in Hangzhou. “For some individual cases what he’s saying might be true, but it’s wrong to generalize the phenomenon.”

Ma wants to get more than half the company’s revenue from outside China within a decade and a cooling domestic economy makes the fight against counterfeiters more pressing.

Alibaba pleaded its case to hundreds of members of the IACC that it has the data, technology and desire to help keep fake brands off its online marketplaces. Its collaboration with Chinese law enforcement in 2015 resulted in the arrest of 300 people, the destruction of 46 places where counterfeits are made and the confiscation of $125 million worth of products, President Michael Evans told the group in May.

“We would love to work with the branded companies,” Ma said, adding that the company had around 2,000 staff working on the problem. “We cannot solve the problem 100 percent because it’s fighting against human instinct. But we can solve the problem better than any government, any organizations, any people in the world.”

Alibaba handles more e-commerce than Amazon and eBay combined. It expects to reach 423 million online shoppers around the world this year, mostly through its Tmall.com and Taobao Marketplace sites. It aims to have 2 billion consumers by 2036 and double gross merchandise volume to 6 trillion yuan ($911 billion) by fiscal 2020.

“Alibaba has a remarkable amount of big data at their disposal and I believe there are many triggers which could help them identify fakes better than they are doing at present,” said Mark Tanner, managing director of the China Skinny, a research firm in Shanghai. Those included price variances, reviews, and selling patterns, he said.

While battling the immediate problem, Ma is also keeping an eye on the longer term. Ma said his goal of reaching 2 billion users would require more success in rural China, which he estimated had 700 million people. While there is merit in calls for expansion in Malaysia, Indonesia and India, Ma said the domestic approach would be more successful because his company understood the local market better.

And he already has an eye to posterity, telling investors that over 90 percent of key company meetings, decisions and events have been recorded on video to be analyzed by future generations studying Alibaba.

 

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Il vescovo Ma Daquin, agli “arresti domiciliari” da 4 anni, ritratta suo allontanamento da Chiesa Patriottica Cinese

Thaddeus Ma Daquin era stato ordinato vescovo di Shanghai il 7 luglio del 2012 con l’approvazione di Roma e in quella occasione aveva espresso la sua vicinanza al Papa e la volontà di allontanarsi dall’Associazione della Chiesa Patriottica Cinese (CPA). ““Da oggi in poi – aveva detto il vescovo Daqin nella sua omelia – dovrò rivolgere ogni sforzo a portare avanti al meglio la missione episcopale. Non è quindi più opportuno per me continuare a ricoprire il posto all’interno della CPA”. Nel 2007 in una lettera alla chiesa cinese Papa Benedetto XVI affermò che lo scopo della CPA è da ritenersi incompatibile con la dottrina cattolica. A seguito della sua dichiarazione, subito dopo la fine della messa, il vescovo ausiliario di Shanghai fu prelevato da funzionari governativi e portato nel seminario adiacente al santuario di Sheshan, poco fuori Shanghai. Da allora, non è mai uscito (se non in due volte accompagnato da funzionari governativi) e non poteva comunicare all’esterno se non attraverso qualche posto pubblicato su un blog controllato dalle autorità. Ufficialmente il presule si trova ancora agli esercizi spirituali, di fatto una sorta di arresti domiciliari. E proprio in un post sul blog, Ma Daquin, ha ritrattato la sua decisione del 2012 di allontanarsi dalla CPA, tessendone le lodi e il lavoro. Al momento, non si conosce il motivo della ritrattazione del vescovo né tantomeno se questo suo gesto possa portare lo stesso presule ad uscire dal seminario. Due i possibili scenari: dal momento che la Chiesa di Roma sta intrattenendo dei colloqui sotterranei con il governo cinese (spinti anche dall’intervista che Papa Francesco rilasciò a febbraio ad un giornale cinese), questo potrebbe essere essere stato deciso come un segno di distensione tra le parti. La seconda possibilità è che il vescovo sia stato spinto ad una dichiarazione del genere contro la sua volontà dalle autorità cinesi. Intanto, l’Amministrazione Statale per gli Affari Religiosi, l’autorità che sovrintende la religione in Cina e che controlla anche la Chiesa Patriottica Cinese, è stata accusata dall’autorità anticorruzione di poco controllo sulle attività in particolare della chiesa cinese oltre che di altri gruppi religiosi..

 

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Esplosione, forse bomba, all’aeroporto Pudong di Shanghai, 4 feriti

Una esplosione in una zona del check-in del principale aeroporto internazionale di Shanghai, Pudong, ha provocato il ferimento di almeno quattro (forse cinque tra cui lo stesso attentatore, secondo altre fonti) persone ma non ha causato alcuna interruzione ai voli. L’esplosione è avvenuta intorno alle 2:20 locali (le 7.20 in Italia) e pare sia stata causata da una sorta di esplosivo fatto in casa, anche se tutto è ancora molto confuso. L’esplosione è avvenuta al terminal 2, nei pressi delle aree del check in di Philippine Airlines e Thai Airways. Tra i feriti, quattro  non sarebbero in pericolo di vita. Secondo L’agenzia Nuova Cina, il quinto ferito sarebbe l’attentatore che dopo aver gettato un oggetto, forse una bottiglia con esplosivo, si sarebbe tagliato la gola. Soccorso, versa in condizioni critiche.

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