La corte dell’Aia ha deciso: le isole del mar cinese meridionali non sono della Cina

Articolo pubblicato da Affarinternazionali

È storica la sentenza del Tribunale internazionale dell’Aja di ieri per la quale la Cina non ha alcun diritto di rivendicare le risorse marine del Mar cinese meridionale, nell’ambito della cosiddetta “linea dei nove punti”, formulata da Chiang Kai Sheke poi ereditata dai governi cinesi successivi.

Comprende un’area vastissima di circa 3,5 milioni di chilometri quadrati. Questo in sintesi il parere dei giudici su una questione che va avanti ormai da molti anni e che vede Cina e Filippine (oltre a diversi altri Paesi contro il gigante asiatico) in continua battaglia per il predominio su quest’area. “La Cina ha violato i diritti sovrani delle Filippine nella sua zona economica esclusiva (Zee) interferendo con i loro diritti di pesca e di esplorazione petrolifera costruendo isole artificiali e senza impedire che pescatori cinesi agissero nell’area”, dice la sentenza.

Dalla secca di Scarborough alle Spratley
Le Filippine avevano presentato il ricorso al Tribunale dell’Aja nel 2013, incentrandolo in primo luogo sulla proprietà della secca di Scarborough, che consiste in un gruppetto di scogli che affiorano per circa due metri sul livello del mare, e che si trovano nel Mar cinese meridionale a 250 km dalle coste di Manila e a 900 da quelle cinesi. La secca è stata occupata dalla Cina che ne rivendica la sovranità. Per le Filippine invece la Cina ha violato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos).

La disputa sul Mar cinese meridionale, che vede in prima battuta antagoniste proprio Cina e Filippine, coinvolge in verità anche diversi altri paesi dell’area tra i quali Malaysia, Brunei, Vietnam e Taiwan, tutti interessati al controllo di isolotti e scogli di questo tratto di mare, tra cui le isole Spratley e le Paracelse, tratto considerato ricchissimo di risorse naturali, gas e petrolio principalmente.

Qui, specie negli ultimi anni, Pechino ha costruito installazioni militari e civili, aeroporti. Nella sentenza si legge che Pechino ha anche in tal modo creato danni all’ambiente naturale, distruggendo o facendo morire alcune parti della barriera corallina.

Per i giudici del tribunale dell’Aja il 90% dell’area rivendicata da Pechino appartiene dunque in realtà ad acque internazionali ed è indebitamente considerata propria dal Paese del dragone.

Il governo di Manila, pur soddisfatto dell’esito del ricorso, mantiene al momento un atteggiamento moderato, temendo forse un pericoloso aumento della tensione con la Cina che potrebbe persino portare ad un conflitto tra i due Paesi. Lo stesso presidente filippino, Rodrigo Duterte, ha chiesto moderazione e sobrietà al suo popolo in questa occasione, dichiarandosi favorevole al dialogo. “Le Filippine plaudono e accolgono con rispetto questa decisione che rappresenta una pietra miliare e un contributo fondamentale nelle controversie nel Mar cinese meridionale”, ha invece detto il ministro degli Esteri filippino Perfecto Yasay.

La sentenza di oggi, in effetti, potrebbe anche dare la stura ad un’altra serie di ricorsi analoghi da parte degli altri paesi dell’area, coinvolti nella disputa e interessati alla sovranità del Mar cinese meridionale.

Pechino contro l’Aja
Pechino, dal canto suo, confermando quanto aveva già detto nei giorni scorsi, ha subito fatto sapere di considerare la sentenza dell’Aja, “carta straccia”, negando anche la stessa giurisdizione della Corte sulla materia. Il portavoce del ministero degli esteri cinese, Lu Kang, ha dichiarato che il verdetto “non ha alcun tipo di valore legale”.

Nei giorni scorsi, forse anche già presagendo quanto sarebbe stato stabilito dalla sentenza, la Cina aveva anche provato a screditare i giudici, mettendone in dubbio la capacità e la trasparenza di giudizio. Quella della Filippine in verità è più una vittoria di immagine che di sostanza.

È probabile che poco o nulla cambierà, almeno nell’immediato futuro e che la Cina proseguirà imperterrita sulla sua strada. Il problema infatti deriva soprattutto dal fatto che la Corte internazionale dell’Aja, essendo stata chiamata in causa unilateralmente dalle Filippine che hanno presentato il ricorso, non ha nessun potere vincolante nei confronti della Cina, non può cioè costringerla a rispettare quanto deciso.

Ed è su questo che la Cina confida. A fare la differenza a questo punto potrebbe essere solo la posizione degli Stati Uniti e degli altri Paesi occidentali. Resta infatti ora da vedere cosa farà Washington e come, di conseguenza, la Cina deciderà di muoversi in seguito. Vero è che solo pochi giorni fa il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, in un colloquio con il Segretario di Stato americano, Kerry, aveva invitato gli Stati Uniti a non intromettersi nella disputa territoriale nel Mar cinese meridionale.

Appunto a Ulaan Baatar
Fra pochi giorni, il 15 e 16, a Ulaan Baatar, in Mongolia, Cina e Filippine si troveranno faccia a faccia o, meglio, seduti di fianco nel vertice asiatico-europeo Asem, che riunisce ogni due anni i capi di stato e di governo di oltre 50 paesi. Pechino, a capo della cui delegazione c’è il primo ministro Li Keqiang, ha già annunciato dichiarazioni a riguardo. I giapponesi, che siederanno allo stesso tavolo, hanno fatto trapelare di voler anch’essi far sentire la loro voce a riguardo. Dal mare, la battaglia per la sovranità su un gruppo di scogli, si sposterà sulle colline della capitale mongola.

Nicola Berto mi suggerisce che: La sentenza sarà comunque vincolante Art. 296 UNCLOS non potrà essere “enforced” ma ritorsioni ecc.

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Per il fondatore di Alibaba, i prodotti fake sono di migliore qualità e più economici degli originali

Questo il pensiero di Jack Ma, il fondatore di Alibaba, proprietario del maggior gruppo dell’ecommerce mondiale attraverso le sue società come Tmall e Taobao, le piattaforme più usate in Cina. L’uomo più ricco di Cina, protagonista della Ipo più grande della storia americana, ha espresso il suo pensiero ieri in una conferenza di investitori, spiegando che i prodotti contraffatti spesso sono di qualità più alta e più economici, quindi in definitiva migliori, dei prodotti reali. La società di Jack ma già in passato, più volte, era stata accusata di favorire la vendita di prodotti falsi. E gli italiani, come molti altri nel mondo, hanno fatto la fila per poter vendere i loro prodotti sulle piattaforme del tycoon cinese. Di seguito, un articolo  di Bloomberg sull’argomento.

Alibaba Group Holding Ltd. founder Jack Ma said Chinese-made counterfeit goods today have gotten better than the genuine article, complicating the effort to root out fakes on the country’s largest online shopping services.

QuickTake Alibaba

Global brands have long relied on China and other low-cost manufacturing bases to beef up margins. But those same factories have gotten savvier over the years and are now using the Internet — including Alibaba’s platforms — to sell their own products straight to consumers, Ma told the company’s investor conference on Tuesday. Still, Alibaba is the best in the world at fighting the sale of counterfeits, he added.

“The problem is that the fake products today, they make better quality, better prices than the real products, the real names,” Ma said in Hangzhou, China. “It’s not the fake products that destroy them, it’s the new business models.”

“The exact factories, the exact raw materials, but they do not use their names.”

Jack Ma.
Jack Ma.
Photographer: VCG via Getty Images

Failing to clean up online bazaars like Taobao could alienate merchants and shoppers abroad, particularly at a time when Alibaba is drawing scrutiny from both investors and international brands over its reputation as a haven for knock-offs. Its membership in the International AntiCounterfeiting Coalition, a nonprofit global organization that fights counterfeit products and piracy, was suspended in May after questions were raised about conflicts of interest involving the coalition’s president. That’s after its inclusion in the group irked some members who said the company wasn’t going far enough to cull fakes from its marketplaces.

Right or wrong, Ma’s comments on the caliber of counterfeits may not sit well with those trying to tackle an endemic problem that’s tarred China’s image abroad.

“It’s inappropriate for a person of Jack Ma’s status to say something like this,” said Cao Lei, director of the China E-Commerce Research Center in Hangzhou. “For some individual cases what he’s saying might be true, but it’s wrong to generalize the phenomenon.”

Ma wants to get more than half the company’s revenue from outside China within a decade and a cooling domestic economy makes the fight against counterfeiters more pressing.

Alibaba pleaded its case to hundreds of members of the IACC that it has the data, technology and desire to help keep fake brands off its online marketplaces. Its collaboration with Chinese law enforcement in 2015 resulted in the arrest of 300 people, the destruction of 46 places where counterfeits are made and the confiscation of $125 million worth of products, President Michael Evans told the group in May.

“We would love to work with the branded companies,” Ma said, adding that the company had around 2,000 staff working on the problem. “We cannot solve the problem 100 percent because it’s fighting against human instinct. But we can solve the problem better than any government, any organizations, any people in the world.”

Alibaba handles more e-commerce than Amazon and eBay combined. It expects to reach 423 million online shoppers around the world this year, mostly through its Tmall.com and Taobao Marketplace sites. It aims to have 2 billion consumers by 2036 and double gross merchandise volume to 6 trillion yuan ($911 billion) by fiscal 2020.

“Alibaba has a remarkable amount of big data at their disposal and I believe there are many triggers which could help them identify fakes better than they are doing at present,” said Mark Tanner, managing director of the China Skinny, a research firm in Shanghai. Those included price variances, reviews, and selling patterns, he said.

While battling the immediate problem, Ma is also keeping an eye on the longer term. Ma said his goal of reaching 2 billion users would require more success in rural China, which he estimated had 700 million people. While there is merit in calls for expansion in Malaysia, Indonesia and India, Ma said the domestic approach would be more successful because his company understood the local market better.

And he already has an eye to posterity, telling investors that over 90 percent of key company meetings, decisions and events have been recorded on video to be analyzed by future generations studying Alibaba.

 

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Il vescovo Ma Daquin, agli “arresti domiciliari” da 4 anni, ritratta suo allontanamento da Chiesa Patriottica Cinese

Thaddeus Ma Daquin era stato ordinato vescovo di Shanghai il 7 luglio del 2012 con l’approvazione di Roma e in quella occasione aveva espresso la sua vicinanza al Papa e la volontà di allontanarsi dall’Associazione della Chiesa Patriottica Cinese (CPA). ““Da oggi in poi – aveva detto il vescovo Daqin nella sua omelia – dovrò rivolgere ogni sforzo a portare avanti al meglio la missione episcopale. Non è quindi più opportuno per me continuare a ricoprire il posto all’interno della CPA”. Nel 2007 in una lettera alla chiesa cinese Papa Benedetto XVI affermò che lo scopo della CPA è da ritenersi incompatibile con la dottrina cattolica. A seguito della sua dichiarazione, subito dopo la fine della messa, il vescovo ausiliario di Shanghai fu prelevato da funzionari governativi e portato nel seminario adiacente al santuario di Sheshan, poco fuori Shanghai. Da allora, non è mai uscito (se non in due volte accompagnato da funzionari governativi) e non poteva comunicare all’esterno se non attraverso qualche posto pubblicato su un blog controllato dalle autorità. Ufficialmente il presule si trova ancora agli esercizi spirituali, di fatto una sorta di arresti domiciliari. E proprio in un post sul blog, Ma Daquin, ha ritrattato la sua decisione del 2012 di allontanarsi dalla CPA, tessendone le lodi e il lavoro. Al momento, non si conosce il motivo della ritrattazione del vescovo né tantomeno se questo suo gesto possa portare lo stesso presule ad uscire dal seminario. Due i possibili scenari: dal momento che la Chiesa di Roma sta intrattenendo dei colloqui sotterranei con il governo cinese (spinti anche dall’intervista che Papa Francesco rilasciò a febbraio ad un giornale cinese), questo potrebbe essere essere stato deciso come un segno di distensione tra le parti. La seconda possibilità è che il vescovo sia stato spinto ad una dichiarazione del genere contro la sua volontà dalle autorità cinesi. Intanto, l’Amministrazione Statale per gli Affari Religiosi, l’autorità che sovrintende la religione in Cina e che controlla anche la Chiesa Patriottica Cinese, è stata accusata dall’autorità anticorruzione di poco controllo sulle attività in particolare della chiesa cinese oltre che di altri gruppi religiosi..

 

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Esplosione, forse bomba, all’aeroporto Pudong di Shanghai, 4 feriti

Una esplosione in una zona del check-in del principale aeroporto internazionale di Shanghai, Pudong, ha provocato il ferimento di almeno quattro (forse cinque tra cui lo stesso attentatore, secondo altre fonti) persone ma non ha causato alcuna interruzione ai voli. L’esplosione è avvenuta intorno alle 2:20 locali (le 7.20 in Italia) e pare sia stata causata da una sorta di esplosivo fatto in casa, anche se tutto è ancora molto confuso. L’esplosione è avvenuta al terminal 2, nei pressi delle aree del check in di Philippine Airlines e Thai Airways. Tra i feriti, quattro  non sarebbero in pericolo di vita. Secondo L’agenzia Nuova Cina, il quinto ferito sarebbe l’attentatore che dopo aver gettato un oggetto, forse una bottiglia con esplosivo, si sarebbe tagliato la gola. Soccorso, versa in condizioni critiche.

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La Cina ricorda o dimentica la Rivoluzione Culturale? Pensare a Mao per guardarsi da Xi

C’è voluto un giorno alle autorità cinesi per decidere se e cosa scrivere in merito alla ricorrenza dei 50 anni dalla Rivoluzione culturale di Mao. Solo a distanza di 24 ore, due giornali (con degli editoriali: nessun commento ufficiale delle autorità, anche se il peso è lo stesso) hanno ricordato uno dei momenti peggiori, ma anche un importantissimo pezzo della storia, della Cina.

Il 16 maggio 1966, infatti, cominciava una delle pagine più oscure dell’umanità che, in un decennio, portò al quasi annientamento di una civiltà millenaria e alla morte di oltre un milione e 700.000 persone.

Con la Rivoluzione culturale, la Cina ha fatto i conti quasi subito. Già sotto Deng Xiaoping, nel 1981, si dichiarò la distanza dal movimento anche se ovviamente si salvò il suo ideatore e i principi che lo ispirarono nell’iniziarla, accusando invece la Banda dei Quattro capeggiata da Jiang Qing, la vedova del Grande Timoniere, di avere sfruttato la Rivoluzione.

Contro ogni tipo di autorità
Il 16 maggio 1966 veniva pubblicata una circolare con la quale si affermava che il progresso maoista cinese era minacciato dal suo interno. In quel momento infatti in Cina, il maoismo era attaccato da un lato dal Grande Balzo in avanti che Mao volle per industrializzare il paese e che invece portò anche alla gravissima carestia del 1960; dall’altro, forze innovatrici e riformiste si muovevano all’interno del partito per riportare all’origine del comunismo il partito e il paese.

Mao, facendosi scudo della sua influenza, fece passare la risoluzione (che venne pubblicata integralmente solo un anno dopo) partendo dal presupposto che i nemici del paese erano all’interno dello stesso partito e invitando di fatto i giovani (che si costituirono poi nelle Guardie Rosse) a combattere qualsiasi tipo di autorità esclusa la sua.

E così fu: dieci anni di vero caos (quel “grande caos che realizza grande ordine”, come lo stesso Mao lo definì in una lettera alla moglie) durante il quale qualsiasi tipo di autorità fu messa almeno in discussione, se non subiva peggiori conseguenze come campi di lavoro forzati, prigionia o uccisioni.

Anche Deng Xiaoping e il padre dell’attuale presidente Xi Jinping subirono la stessa sorte. La guerra dichiarata ai “quattro vecchi” (vecchie tradizioni, vecchia cultura, vecchi costumi e vecchie idee) era cominciata e avrebbe seguito per dieci anni le sorti del suo ideatore, lasciando dietro di sé distruzione e morte.

La repressione dei dissidenti
Di questa scia di morte, forse la vittima più famosa dell’epoca è il presidente cinese Liu Shaoqi: teorico del modello sovietico di sviluppo economico contro quello maoista, fu visto dal Grande Timoniere come il suo maggiore contendente, il pericolo maggiore al suo progetto e fu arrestato come traditore dalle Guardie Rosse, morendo poi in carcere due anni dopo.

In quest’ondata si inserisce anche la misteriosa morte di Lin Biao, il vice di Mao, suo successore designato e capo delle Guardie Rosse, il cui aereo cadde misteriosamente durante una lotta intestina per la successione al Grande Timoniere.

Nonostante questo, la condanna del partito alla Rivoluzione culturale arrivò soltanto nel 1981 con un documento nel quale il movimento venne descritto come una “vera catastrofe”, che non può essere visto “come una rivoluzione o un progresso sociale in nessun senso”. Ma Mao non viene condannato per questo, come invece avviene per la Banda dei Quattro.

Dopotutto è chiaro: il partito comunista cinese, allora come oggi, non può rinnegare se stesso ma soprattutto la sua leadership, perché aprirebbe sacche di contestazione e la possibilità di critiche che non possono essere accettate. Lo stesso Deng Xiaoping, avversario di Mao ma nuovo leader dalla Cina e padre del paese com’è oggi, anche se subì moltissimo da Mao e dalle Guardie Rosse, disse che il Grande Timoniere aveva commesso errori solo al 30% e quella percentuale era legata solo alla Rivoluzione culturale.

Commemorazioni tardive e rivoluzioni 2.0
Non c’è stata nessuna censura statale alla ricorrenza dei 50: nessun commento è stato bandito da Internet, anche se c’è stato un tacito silenzio. Nessuno ne ha parlato, sulla stampa, sui giornali. Solo il giorno dopo (anticipato nella notte sull’edizione online), un editoriale in quarta pagina del Quotidiano del Popolo, l’organo del partito (poi seguito anche dal Global Times, vicino alle posizioni dell’esercito), ha ribadito la condanna espressa nel 1981 chiedendo al paese di stringersi al suo presidente Xi Jinping e alle sue azioni.

Già, il “nuovo Grande Timoniere” della Cina. Ma per molti analisti, Xi non ha imparato (o ha imparato troppo bene) la lezione inflitta a suo padre durante la rivoluzione culturale. Il presidente, infatti, pare essere al comando di una “rivoluzione culturale 2.0”, come la chiamano in molti.

La sua lotta alla corruzione all’interno del partito (“colpiamo tigri e mosche”) ha di fatto decapitato i suoi avversari politici; ha sapientemente creato un nuovo culto della personalità attraverso un soft power mediatico nel paese e fuori; ha stretto il controllo sui media, allontanando tutti coloro che non si adeguano; ha reso più difficile la vita ai giornalisti sia cinesi sia stranieri presenti nel paese e, secondo le stime delle organizzazioni non governative che si battono per i diritti umani, sotto di lui sono aumentati i casi di arresti, detenzioni, condanne e allontanamenti dei dissidenti.

Oggi come allora, il paese del Dragone non parla di questa “rivoluzione”, non sentendo sulle proprie spalle il peso di queste decisioni e di queste azioni. Dopotutto, le autorità di Pechino perseguono il loro scopo (fino ad ora riuscito) di migliorare le condizioni di vita in Cina, anche utilizzando metodi non proponibili in altri paesi. Fino a che dura, fino a quando saranno in grado di offrire panem et circenses, difficilmente qualcuno sarà messo in discussione.

Pubblicato sulla rivista Affarinternazionali

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A ogni turista il suo poliziotto: agenti cinesi per le strade di Roma e Milano

Poliziotti italiani accompagnati da poliziotti cinesi. Si sono visti per due settimane, in alcune strade di Milano e di Roma, a seguito dell’accordo di cooperazione internazionale tra il Ministero dell’Interno italiano e la polizia cinese.

Turismo sicuro
Il progetto si chiama “Turismo Sicuro” e il suo scopo è quello di garantire ai turisti del Paese del dragone la massima sicurezza, specie nei luoghi di grande affluenza quali ad esempio a Roma il Vaticano.

L’accordo, che a sua volta segue un memorandum d’intesa siglato lo scorso 24 settembre all’Aja tra il ministero dell’Interno e il corrispondente dicastero della Pubblica sicurezza della Repubblica Popolare Cinese, prevede che i poliziotti cinesi, due a Roma e due a Milano, indossino sempre la loro divisa per essere facilmente riconoscibili dai loro connazionali, pur essendo coordinati dai Comandi dei Carabinieri italiani.

Prima di arrivare in Italia, i poliziotti cinesi sono stati sottoposti a un training speciale a Pechino, condotto da nostri esperti che si sono recati appositamente in Cina. Il loro compito è stato principalmente quello di assistere e dare informazioni in lingua ai sempre più numerosi turisti cinesi in arrivo nel nostro paese.

I dati ufficiali parlano infatti di 4 milioni di turisti cinesi giunti in Italia nel 2015 con tendenza all’aumento per il 2016. Il Ministro dell’Interno Angelino Alfano, ha parlato con entusiasmo dell’iniziativa, annunciando in Cina un’operazione simile con poliziotti italiani. Vero è anche che la collaborazione con forze dell’ordine di Paesi stranieri non è da considerarsi per l’Italia una novità assoluta.

Due anni fa venne attuato un progetto molto simile con la polizia spagnola. Agenti italiani e del Cuerpo National de Policia spagnola hanno prestato servizio congiunto in diverse località turistiche sia italiane e spagnole, specie nel periodo estivo.

E a Roma, per il Giubileo, sono arrivati in aiuto ai nostri agenti, anche poliziotti polacchi e degli Stati Uniti, anche se giustificare la presenza dei poliziotti cinesi con il giubileo pare forzato, in virtù della relazione non proprio stretta dei cinesi con la religione cattolica. Certamente però, la presenza dei poliziotti cinesi ha un impatto maggiore, anche in termini di immagine.

Nonostante questo, dall’iniziativa scaturiscono diversi dubbi, espressi anche da una parte della stampa internazionale. Il Global Times, quotidiano di Pechino, pur lodando in senso generale lo spirito di collaborazione manifestato in questa occasione dal nostro governo nei confronti della Cina, si è chiesto dell’utilità della presenza dei poliziotti cinesi, specie in considerazione del fatto che sono solo due per città rispetto alla grande quantità di cinesi presenti.

E il settimanale tedesco Der Spiegel, in un lungo articolo esprime forte perplessità sul fatto che un Paese come l’Italia senta la necessità, per garantire la sicurezza in particolare dei turisti stranieri, di importare, per così dire, le forze dell’ordine da Paesi terzi che, non avendo alcun inquadramento normativo, non ha alcun potere di effettuare arresti o interventi concreti.

Operazione di marketing
Una perplessità, quella avanzata dai tedeschi, che appare almeno in parte condivisibile. Anche perché la comunità cinese non è la sola ad avere una forte presenza, turistica e non, nel nostro Paese. Basti pensare ai russi, solo per fare un esempio.

Quella voluta dal governo italiano, allora, inevitabilmente, sembra più un’operazione di facciata, una sorta di “show off”, per dare l’immagine dell’Italia come di un Paese aperto al mondo e, soprattutto, al paese del dragone.

Il gigante asiatico è sempre più presente in Italia:intere città italiane, o almeno interi quartieri di esse, sono in mano ai cinesi. I consistenti e costanti aumenti dei flussi turistici dalla Cina dimostrano un continuo aumento dell’interesse per il Bel Paese, le sue bellezze e il suo invidiato stile di vita.

I poliziotti cinesi, che non parlano italiano e dunque non possono interagire con la popolazione locale, stanno svolgendo un ruolo che si avvicina di più a quello di un ufficio informazioni o guida. Cosa alquanto inutile considerando la forte presenza in Italia di persone che parlano il cinese, anche grazie ai numerosi corsi di lingua avviati dalle nostre principali università.

No dell’Ue all’economia di mercato cinese
La presenza dei poliziotti cinesi per le strade di Roma e Milano accorcia se possibile ancora di più le distanze, stringe i cordoni di un’amicizia che innegabilmente all’Italia fa comodo, anche e soprattutto in chiave economica. Asservimento in chiave utilitaristica? Forse. L’Italia però in questo non segue del tutto l’Europa o alcuni dei suoi partner europei.

Non a caso anche la Francia, un paio di anni fa, aveva avviato con la Cina delle trattative per un pattugliamento congiunto delle strade di Parigi, ma il progetto non era poi andato avanti a causa delle forti perplessità del governo francese, specie basate sulle profonde differenze normative e procedurali tra le polizie dei due paesi.

La decisione poi in queste ore dell’Europarlamento per il quale “la Cina non è un’economia di mercato” e “ancora non soddisfa i cinque criteri stabiliti dall’Unione europea per definire le economie di mercato”, pone altre barriere tra il Paese del dragone e il vecchio continente, con l’Italia candidata a fare da pontiere.

 

apparso su Affarinternazionali

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Rallenta poco la crescita della Cina nel primo trimestre 2016, +6,7%

Piccoli spiragli nella crescita economica della Cina nel primo trimestre dell’anno. Secondo i dati diffusi dall’istituto centrale di statistica, il dato registrato per il periodo gennaio-marzo è del 6,7% rispetto all’anno precedente, mostrando come la Cina sia cresciuta a ritmo più lento dalla crisi finanziaria globale nel 2009. Il dato diffuso oggi rappresenta un calo rispetto al 6,8% registrato nell’ultimo trimestre del 2015, ma è in linea con le previsioni e gli obiettivi del governo per l’intero anno, fissati tra il 6,5% e il 7%.  L’economia cinese sta subendo un rallentamento prolungato dovuto anche al lento processo di cambiamento della sua economia basata sulle esportazioni verso un modello di crescita basato sui servizi più sostenibili e consumi privati. I dati relativi alle esportazioni di marzo hanno sorpreso il mercato per il fatto di essere saliti in territorio positivo dopo essere caduti nei precedenti otto mesi. Nel frattempo,  anche il manufacturing purchasing manager index a marzo è risultato in espansione il mese scorso, per la prima volta in nove mesi. A marzo si è anche fermato il calo delle riserve valutarie, guadagnando 10 miliardi di dollari mostrando, secondo gli analisti, una maggiore fiducia sul futuro economico della Cina e sul valore dello yuan.

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