Perchè l’India è contraria alla “One Belt One Road” cinese

Sembra avere più le caratteristiche di una sorta di rappresaglia che quelle di una mossa politica precisa o una strategia mirata la decisione dell’India di non partecipare al “Belt and Road Forum” tenutosi nei giorni scorsi a Pechino e fortemente voluto dalla Cina e dal suo quasi “leader maximo”, Xin Jinping. Al Forum hanno partecipato 30 capi di governo e delegati di oltre 100 nazioni, i capi delle Nazioni Unite, del Fondo Monetario Internazionale e della banca Mondiale. Insomma praticamente tutti, tranne l’India.

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I rapporti tra le due maggiori potenze asiatiche, Cina e India, sono innegabilmente in una fase di tensione, o quantomeno di mancanza di dialogo. Ignorando la circostanza che tutti i paesi asiatici hanno aderito al Forum (fa eccezione solo il Bhutan che però non ha rapporti diplomatici con Pechino) e hanno accolto con entusiasmo il progetto cinese di una “cintura”, una strada che colleghi via terra e via mare Africa, Asia ed Europa, una sorta di “nuova via della seta”, New Delhi ha deciso diversamente, boicottando clamorosamente il forum.

Il portavoce del Ministero degli esteri indiano, Gopal Baglay, ha parlato di un progetto che “compromette la sovranità territoriale”. L’India si riferisce alla situazione con il Pakistan, paese confinante con cui ha combattuto varie guerre e con il quale resta irrisolta la questione della regione contesa del Kashmir, attraverso la quale passerebbe una parte della “cintura cinese”. Ma non solo. La posizione indiana va oltre, e parla anche di pericolo, per i paesi aderenti al progetto, di indebitarsi con le banche cinesi e di dover poi lottare per rimborsare i prestiti ottenuti. “Bisogna evitare – ha detto ancora il portavoce indiano – progetti che possono creare un onere debitorio insostenibile”. Xi Jinping ha parlato di un costo complessivo, per il progetto, di 124 miliardi di dollari.

Questo, fin ad ora, lo scenario ufficiale. Si, perché poi c’è chi sostiene che la posizione (di totale minoranza e per questo sostanzialmente ininfluente) di New Delhi derivi anche dal fatto che l’India non ha digerito la decisione cinese di rifiutare l’ingresso dell’India nel Nuclear Suppliers Group, un cartello che controlla il commercio delle armi nucleari. Ad aver fatto inviperire New Delhi infine, ci sarebbe poi il fatto che Pechino ha bloccato una richiesta delle Nazioni Unite di sanzionare Masood Azhar, del gruppo terroristico pakistano Jaish-e-Mohammed, che aveva attaccato delle basi militari in India. Non è poi da escludersi, come ha ventilato qualche analista, che la posizione indiana costituisca anche un modo, più o meno esplicito, per opporsi ad una visione troppo sino-centrica del mondo asiatico (e non solo asiatico).

Non dimentichiamoci che, infine, Cina e India combattono una guerra mica poi soltanto politica, per dei confini contesi nell’Arunachal Pradesh, lo stato che confina anche con il Buthan e il Tibet e che la Cina rivendica chiamandolo Tibet Meridionale. La storia di questa contesa risale all’epoca del Raj Britannico in India, quando il rappresentante dell’amministrazione britannica Henry MacMahon fece tracciare la linea omonima, che definiva il confine tra l’India britannica e la Cina nel 1914. I cinesi non hanno mai accettato questo confine adottato dall’India unilateralmente dopo la sua indipendenza, tanto che la situazione portò allo scoppio di una guerra tra i due paesi nel 1962. Oggi la situazione è in stallo e ogni tanto si legge di colpi di mortaio da una parte all’altra. Senza poi contare che Pechino accusa da sempre Delhi di ospitare e fomentare le mire indipendentiste e secessioniste del “lupo vestito d’agnello”, il Dalai Lama che dall’esilio vivo in India.

La Cina, che è innegabilmente al centro del progetto del “One Belt one road”, ribadisce dal canto suo che questo è un piano “corale”, che produrrà benefici a tutti coloro che vi parteciperanno e che rappresenterà un modo per unire ancora di più tutti i paesi, intensificando i rapporti reciproci sia in campo commerciale che culturale e politico. Si tratterà di un progetto, come ha detto Xi Jinping, che servirà a “forgiare un percorso di pace, inclusività e libero commercio”. Certo è che la posizione/decisione indiana, giusta o sbagliata che sia, non avrà nessuna conseguenza reale, se non in termini di immagine. Con l’appoggio già ottenuto di giganti come la Russia, la Cina ha praticamente in tasca la fattibilità del progetto. Pechino ha messo in cassaforte persino l’ok degli Usa. Pur in un periodo di politica “trumpiana”, basata sull’ “America first”, il delegato Usa, il consigliere della Casa Bianca, Matt Pottinger, ha dichiarato che gli Stati Uniti “hanno accolto con favore gli sforzi compiuti dalla Cina per promuovere il piano infrastrutturale” nell’ambito del quale le società americane “potrebbero offrire servizi di grande valore”. Per ora, tra la l’elefante e il dragone, vince quest’ultimo almeno in termini di leadership globale.

Articolo pubblicato anche su AGI

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Cina: flessibilità esterna, rigidità interna

Articolo pubblicato da Affari Internazionali

Se Pechino da un lato mostra flessibilità e mediazione nelle questioni di politica internazionale, soprattutto legate alla Corea del Nord, dall’altro continua senza esitazione a tenere il pugno duro internamente e a combattere quelle che ritiene essere tentazioni indipendentiste (molte delle quali, invece, sono rivendicazioni di autonomie già concesse a termine di legge). Così, qualsiasi accenno di insubordinazione alle regole imposte e alle posizioni del partito comunista, continua ad essere soffocato sul nascere.

L’attenzione di Pechino e del suo più alto rappresentante, quel Xi Jinping che dal primo momento del suo insediamento ha spinto la Cina verso posizioni sempre più intransigenti e – se possibile – persino peggiori di quelle del passato in termini di libertà di espressione e autonomia, è rivolta in modo particolare verso quelle situazioni che rappresentano un potenziale pericolo per l’unità cinese.

La situazione di Hong Kong
Hong Kong prima di tutto. Ritornata alla Cina nel 1997, l’ex colonia britannica è, almeno sulla carta, una regione autonoma speciale. L’accordo sino-britannico prevede infatti il principio “un Paese due sistemi” fino al 2047, anno in cui poi Hong Kong dovrebbe tornare definitivamente alla Cina. Questo in teoria, come si diceva, perché le ingerenze di Pechino nella vita politica di Hong Kong sono sempre più frequenti.

È di solo qualche giorno fa la notizia dell’arresto di due parlamentari, Sixtus Leung Chung-hang detto Baggio e Yau Wai Ching, per aver tentato di entrare con la forza nel Legco, il Parlamento locale. La storia dei due in realtà va avanti da mesi. Iscritti al partito Young Ispiration, che crede nelle libertà civili e nel rispetto della democrazia (impegnati in quel movimento anti-Pechino chiamato “Umbrella Movement”), i due erano stati eletti lo scorso settembre nelle elezioni amministrative.

I guai per loro erano iniziati presto. Ad ottobre, nel corso della cerimonia di giuramento, pronunciarono volutamente la parola “Cina” nel modo usato dai giapponesi durante la seconda guerra mondiale e considerato offensivo dai cinesi. Non solo: si presentarono issando striscioni su cui c’era scritto “Hong Kong is not China”. Il loro giuramento non è stato riconosciuto come valido e dopo qualche giorno Pechino vietò l’insediamento ai due parlamentari. Il 2 novembre, in segno di protesta, i due tentarono di introdursi nel parlamento e si scontrarono con le forze dell’ordine.

Recependo le disposizioni del governo centrale cinese, il 15 novembre l’alta Corte di Hong Kong ha escluso i giovani parlamentari dalla possibilità di ricoprire l’incarico politico per il quale erano stati eletti. Ora i due, fermati dalla polizia, dovranno anche rispondere delle loro azioni di protesta.

La repressione nello Xinjiang musulmano
Altra regione a patire la pressione cinese è da sempre quella dello Xinjang, a maggioranza musulmana, dove da secoli è insediata la minoranza etnica degli uiguri, che i cinesi mirano a sottomettere a vantaggio della imposizione della cultura Han. Gli uiguri, osteggiati dalla Cina e considerati terroristi, rivendicano l’autonomia concessa (lo Xinjiang è regione autonoma) che dovrebbe declinarsi anche nella possibilità di perseguire la fede, i costumi, le usante islamiche e l’uso dell’arabo.

C’è da dire che alcune fronde uighure chiedono invece l’indipendenza da Pechino anche a suon di attentati. È così, dopo il divieto di portare la barba o il velo femminile, arriva ora da parte del governo cinese il divieto di chiamare i bambini con nomi di derivazione o significato che rimandi alla religione islamica.

Per ora l’ordinanza prevede 12 nomi messi al bando, tra i quali Mohammed e Jihad, ma non è escluso che la lista possa essere ampliata. In caso di violazione del divieto il neonato non potrà essere registrato, e quindi non potrà avere accesso all’assistenza sanitaria e all’istruzione. Pechino giustifica le decisioni parlando di strumenti di lotta all’estremismo religioso.

Nessun cedimento in Tibet
E la situazione resta sempre tesa anche in Tibet dove la Cina non mostra nessun segno di cedimento. Anzi. Anche qui, come nello Xinjiang, XI Jinping e i suoi proseguono con un’opera di evidente cinesizzazione, tentando di sradicare in ogni modo la cultura locale e religiosa e i suoi simboli.

In questa ottica si pone anche la distruzione, avviata ormai mesi fa, di un importante simbolo religioso buddista, il monastero e l’accademia di Larung Gar, considerato la più grande scuola filosofica del Tibet, sito nella prefettura di Kardze. Al momento dell’intervento cinese nella struttura organizzazioni pro Tibet si tratta dell’ennesimo sopruso cinese nei confronti della regione lamaista.

A luglio scorso, dopo l’inizio dei lavori di demolizione, due giovani monache tibetane si tolsero la vita in segno di protesta.

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La “marea gialla” di Nassau

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Gli swimming pigs, una delle attrazioni più note delle Bahamas (isola di Exuma)

Non si allarmino gli amanti delle spiagge bianche, delle barriere coralline, delle immersioni e del mare cristallino: l’ondata a cui faccio riferimento nel titolo di questo contributo non denuncia l’inquinamento del mare di Bahamas, ma racconta di una lenta marea che sta sommergendo le isole caraibiche, quella che i locali chiamano “l’invasione delle formiche”. Gli insetti in questione sono i cinesi.

Chi in questi ultimi anni ha avuto la fortuna di visitare le isole che accolsero il 12 ottobre del 1492 per la prima volta nel nuovo mondo un europeo, avrà notato come, tra l’insegna di una banca e quella di un bar, siano aumentate quelle dei negozi dei cinesi. Che, sull’isola di New Providence, dove si trova la capitale Nassau, si occupano di tutto: dai ristoranti ai negozi di souvenir, dai centri massaggi (alcuni anche di indubbie finalità), alle banche.

Chiunque passeggi per il lungomare di Nassau, dinanzi ai grandi alberghi, troverà diversi gruppi di cinesi intenti a sfruttare i collegamenti internet aperti delle varie strutture per parlare via Wechat con famiglie, amici e parenti in Cina, avanti di dodici ore di fuso rispetto a Nassau. Non sono turisti, non sono imprenditori: sono operai, soprattutto edili, circostanza da tenere in mente.

Una “invasione” normale, potrebbe pensare chiunque, se non fosse per un particolare: la Cina non solo è lontanissima dall’arcipelago bahamense e i due paesi non sono collegati da nessun volo diretto (ci vuole più di un giorno per arrivarci). Da considerare poi che i cinesi non amano per niente il mare.

A chi, come dicevo, ha avuto la fortuna di visitare le Bahamas, soprattutto Nassau, non sarà sfuggito che a parte il mare e le spiagge bianche, non c’è null’altro da vedere. E allora, facendo fondo agli stereotipi più comuni, cerchiamo di capire perché i cinesi stanno “invadendo” Bahamas.

Una invasione che è addirittura tra i primissimi argomenti nella campagna elettorale che il prossimo dieci maggio probabilmente vedrà il Progressive Liberal Party e il suo leader Perry Christie, primo ministro delle isole dal 2012 (dopo esserlo stato anche dal 2002 al 2007), uscire sconfitto. E’ stato proprio Christie, successore e braccio destro del capo del governo bahamense Lynden Pindling, a operare, qualcuno dice anche in segreto, accordi con la Cina su diversi fronti.

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Il complesso del Baha Mar a Nassau

I cinesi non amano mare e spiagge e che ci fanno alla Bahamas? Innanzitutto bisogna tenere in considerazione la posizione geografica delle isole, quanto di più vicino agli Usa senza condividere terre emerse. Un chiaro interesse strategico di Pechino che, non a caso, ha donato oltre 1,2 milioni di dollari al governo bahamense per approvvigionarsi di tecnologia militare. Soldi che vanno ad aggiungersi a quelli che ChinaAid, la cooperazione allo sviluppo cinese, uno dei mezzi più sfruttati da Pechino per imporre il suo soft power e la sua influenza (ampiamente usata ad esempio in quella che viene definita la “nuova colonizzazione” dell’Africa da parte della Cina), ha usato a Bahamas per costruire lo stadio nazionale, la palestra che ospita il campionato di basket e diverse altre infrastrutture. Soldi che non ha messo solo ufficialmente il governo cinese direttamente, ma anche attraverso le aziende che, ricordiamo, in quella parte di mondo sono sempre sotto lo stretto controllo governativo, anche quando vengono definite “private”.

Diverse aziende cinese, infatti, sono impegnate nella costruzione di resort. Il più importante progetto è quello multimiliardario di Baha Mar, il più grande resort dei Caraibi, il cui megaprogetto ha subito diversi stop. Doveva aprire nel 2015 e invece la soft opening è avvenuta solo due settimane fa. Dietro, c’è il gruppo cinese che fa capo alla famiglia Cheng, già proprietaria della catena di alberghi di lusso Rosewood e di altri progetti che hanno a che fare con il gioco d’azzardo, soprattutto a Macao. Già perché questo è un altro dettaglio di non poco conto: a Bahamas, frotte di americani si spingono nei grandi resort a giocare ai casino, preferendo, negli ultimi tempi, questi resort a quelli di Atlantic City o di Las Vegas. Circostanza che ha fatto denunciare a più di un giornalista bahamense, i pericoli delle infiltrazioni mafiose in questa attività storicamente legata (anche in Cina) al riciclaggio di denaro.

Non solo: negli accordi che Christie ha fatto con i cinesi concedendo loro terreni e licenze in cambio di aiuti economici, c’è una clausola che ha fatto infuriare i bahamensi. Il paese è alle prese con un tasso di disoccupazione storico per quelle latitudini, supera il 15%, e deve fare i conti con una ondata migratoria clandestina da parte soprattutto di Haiti. Eppure non tutti i disoccupati locali hanno tratto beneficio dalla costruzione del colosso, perché negli accordi c’era scritto che la maggior parte della manovalanza doveva arrivare direttamente da Pechino. I dintorni del grande resort sono diventati quindi accampamenti di prefabbricati dove le “formiche” cinesi hanno vissuto e continuano a vivere.

Ma l’interesse cinese non si ferma alla terra bahamense. Il primo ministro ha annunciato, alla fine dell’anno scorso, il raggiungimento di un accordo con la Cina con il quale, in cambio di oltre due miliardi di dollari, i pescherecci cinesi avrebbero potuto sfruttare la pescosità del mare bahamense. Ufficialmente per pescare snapper rossi, aragoste, conchiglie, paguri e cernie, ma i locali, soprattutto gli ambientalisti americani, temono anche per delfini, tonni, wahoo e altre specie di cui la pesca è vietata o regolamentata. Nell’accordo, che porterebbe i cinesi a dominare anche il mercato americano del pesce (per cui si sono opposte le lobbies a stelle e strisce), anche lo sfruttamento di alcuni paradisi naturali come le isole intorno ad Abaco.

L’offshore bahamense che interessa i cinesi è però non solo quello relativo alle spiagge (shores appunto, come nello slang americano), ma anche quello finanziario/bancario. A Bahamas con un investimento minimo di 500 mila euro si può ottenere la residenza di un paese che tassa i beni al 4% e che rispetta il segreto bancario, come molti paesi caraibici paradisi fiscali oltre che marini. Dopotutto, nei Panama Papers e in inchieste simili degli ultimi anni, è numeroso il contingente di singoli e aziende di Pechino che ha spostato fondi neri in questi paradisi.

Sicuri che ai cinesi non piaccia il mare?

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Sulla Tv cinese, per la prima volta, si parla di Papa Francesco

Per la prima volta, il canale in lingua inglese della televisione cinese ha mandato in onda un talk show sulla “distensione” dei rapporti tra la Cina e il Vaticano. I due paesi non hanno relazioni diplomatiche, ma Papa Francesco sta mirando a riprendere i rapporti, anche scatenando le ire dei cristiani cinesi. Già perchè per farlo, dovrebbe accettare che l’Associazione patriottica decida, seppur in accordo con Roma, i vescovi. Ne ho parlato già qui dove espongo la mia visione critica circa la realpolitik di Bergoglio verso la Cina, sperando di sbagliarmi.

A questo link, invece, potete vedere il talk show a cui è stato invitato Francesco Sisci, giornalista italiano da anni residente in Cina, che a febbraio dell’anno scorso intervistò il Papa.

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Le speranze dell’Italia in Cina, oggi a Radio 3 Mondo

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è in Cina da ieri con due ministri e numerosi imprenditori per una visita di stato che tocca Pechino, Shanghai e Chongqing. Incontrerà tra gli altri anche Xi Jinping proprio oggi dopo aver partecipato al business forum tra aziende italiane e cinesi. Che Italia si presenta alla Cina e che  Cina accoglie l’Italia? Quali sono gli spazi e le possibilità? Ne parlo oggi a Radio 3 Mondo dalle 11 su Radio 3 con Alberto Bradanini, ex ambasciatore italiano in Cina, con Guido Santevecchi, corrispondente in Cina del Corriere della Sera, con Giovanni Lovisetti, avvocato milanese consulente del governo di Foshan e con Francesca Spigarelli, direttrice del China Center dell’Università di Macerata.

A questo link trovate l’audio della puntata da ascoltare in streaming, mentre da quest’altro potete scaricare il podcast.

 

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Da Trump si alla “one China” policy, ma a quella made in Usa

Rileggendo bene il comunicato della Casa Bianca (che riporto sotto) circa la telefonata di Trump con Xi Jinping, emerge che si il presidente Usa appoggia la politica di una Cina, ma la sua, che sicuramente non è quella del consenso raggiunto nel 1992. Ne vedremo delle belle.

THE WHITE HOUSE

Office of the Press Secretary

FOR IMMEDIATE RELEASE

February 9, 2017

 

Readout of the President’s Call with President Xi Jinping of China

 

President Donald J. Trump and President Xi Jinping of China had a lengthy telephone conversation on Thursday evening. The two leaders discussed numerous topics and President Trump agreed, at the request of President Xi, to honor our “one China” policy.  Representatives of the United States and China will engage in discussions and negotiations on various issues of mutual interest.  The phone call between President Trump and President Xi was extremely cordial, and both leaders extended best wishes to the people of each other’s countries.  They also extended invitations to meet in their respective countries.  President Trump and President Xi look forward to further talks with very successful outcomes.

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Trump chiama Xi Jinping, promette collaborazione e aderisce a politica di “una Cina”

Alla fine la telefonata c’è stata. Donald Trump ha telefonato a Xi Jinping parlando di collaborazione fra i due paesi e di adesione alla politica di “una Cina”, smorzando le polemiche seguite alla telefonata che la leader Taiwanese fece a Trump subito dopo l’insediamento di quest’ultimo. Già nei giorni scorsi Trump aveva mandato un messaggio augurale a Xi Jinping parlando anche di cooperazione tra i due paesi. Di seguito, l’articolo del South China Morning Post. 

US President Donald Trump has reaffirmed the one-China policy in his first phone call with China’s President Xi Jinping after taking office.

In the Friday morning call that was not announced beforehand, Trump told Xi that he fully respected the importance of the one-China policy and that his administration would adhere to it, the state-run China Central Television reported.

Trump made the pledge at Xi’s request, according to the White House.

“The two leaders discussed numerous topics and President Trump agreed, at the request of President Xi, to honour our one-China policy,” the White House said in a statement.

The one-China policy, which recognises that Taiwan is part of China, has been seen as the basis of Sino-US relations since the 1970s.

Friday morning’s call was the first between the two leaders since Trump was sworn in as US president in late January.

The call marked a major shift in Sino-US relations, which entered into a period of greater uncertainty after Trump took office.

Xi was quoted by state television as saying he appreciated Trump’s reiteration of the one-China policy and hoped to work with his US counterpart to promote the steady development of bilateral ties.

Both leaders also agreed to keep close communications, state television reported.

The White House described the call as “extremely cordial” and the two leaders also extended invitations to meet in their respective countries.

Relations between Beijing and Washington have been markedly strained since Trump’s phone call with Taiwanese President Tsai Ing-wen in December after his election victory.

The Trump-Tsai call was the first between a US president or president-elect and a Taiwanese leader since Beijing and Washington established diplomatic relations in 1979.

Beijing has been irked by Trump’s previous remarks on cross-strait ties and has said bilateral relations would be damaged if the US refused to reaffirm the one-China policy.

Analysts believe the Trump-Xi call, which took place on the eve of Japanese Prime Minister Shinzo Abe’s official visit to the White House, was also aimed at easing tensions with Beijing and minimising a potential fallout from Abe’s second face-to-face meeting with Trump.

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