A ogni turista il suo poliziotto: agenti cinesi per le strade di Roma e Milano

Poliziotti italiani accompagnati da poliziotti cinesi. Si sono visti per due settimane, in alcune strade di Milano e di Roma, a seguito dell’accordo di cooperazione internazionale tra il Ministero dell’Interno italiano e la polizia cinese.

Turismo sicuro
Il progetto si chiama “Turismo Sicuro” e il suo scopo è quello di garantire ai turisti del Paese del dragone la massima sicurezza, specie nei luoghi di grande affluenza quali ad esempio a Roma il Vaticano.

L’accordo, che a sua volta segue un memorandum d’intesa siglato lo scorso 24 settembre all’Aja tra il ministero dell’Interno e il corrispondente dicastero della Pubblica sicurezza della Repubblica Popolare Cinese, prevede che i poliziotti cinesi, due a Roma e due a Milano, indossino sempre la loro divisa per essere facilmente riconoscibili dai loro connazionali, pur essendo coordinati dai Comandi dei Carabinieri italiani.

Prima di arrivare in Italia, i poliziotti cinesi sono stati sottoposti a un training speciale a Pechino, condotto da nostri esperti che si sono recati appositamente in Cina. Il loro compito è stato principalmente quello di assistere e dare informazioni in lingua ai sempre più numerosi turisti cinesi in arrivo nel nostro paese.

I dati ufficiali parlano infatti di 4 milioni di turisti cinesi giunti in Italia nel 2015 con tendenza all’aumento per il 2016. Il Ministro dell’Interno Angelino Alfano, ha parlato con entusiasmo dell’iniziativa, annunciando in Cina un’operazione simile con poliziotti italiani. Vero è anche che la collaborazione con forze dell’ordine di Paesi stranieri non è da considerarsi per l’Italia una novità assoluta.

Due anni fa venne attuato un progetto molto simile con la polizia spagnola. Agenti italiani e del Cuerpo National de Policia spagnola hanno prestato servizio congiunto in diverse località turistiche sia italiane e spagnole, specie nel periodo estivo.

E a Roma, per il Giubileo, sono arrivati in aiuto ai nostri agenti, anche poliziotti polacchi e degli Stati Uniti, anche se giustificare la presenza dei poliziotti cinesi con il giubileo pare forzato, in virtù della relazione non proprio stretta dei cinesi con la religione cattolica. Certamente però, la presenza dei poliziotti cinesi ha un impatto maggiore, anche in termini di immagine.

Nonostante questo, dall’iniziativa scaturiscono diversi dubbi, espressi anche da una parte della stampa internazionale. Il Global Times, quotidiano di Pechino, pur lodando in senso generale lo spirito di collaborazione manifestato in questa occasione dal nostro governo nei confronti della Cina, si è chiesto dell’utilità della presenza dei poliziotti cinesi, specie in considerazione del fatto che sono solo due per città rispetto alla grande quantità di cinesi presenti.

E il settimanale tedesco Der Spiegel, in un lungo articolo esprime forte perplessità sul fatto che un Paese come l’Italia senta la necessità, per garantire la sicurezza in particolare dei turisti stranieri, di importare, per così dire, le forze dell’ordine da Paesi terzi che, non avendo alcun inquadramento normativo, non ha alcun potere di effettuare arresti o interventi concreti.

Operazione di marketing
Una perplessità, quella avanzata dai tedeschi, che appare almeno in parte condivisibile. Anche perché la comunità cinese non è la sola ad avere una forte presenza, turistica e non, nel nostro Paese. Basti pensare ai russi, solo per fare un esempio.

Quella voluta dal governo italiano, allora, inevitabilmente, sembra più un’operazione di facciata, una sorta di “show off”, per dare l’immagine dell’Italia come di un Paese aperto al mondo e, soprattutto, al paese del dragone.

Il gigante asiatico è sempre più presente in Italia:intere città italiane, o almeno interi quartieri di esse, sono in mano ai cinesi. I consistenti e costanti aumenti dei flussi turistici dalla Cina dimostrano un continuo aumento dell’interesse per il Bel Paese, le sue bellezze e il suo invidiato stile di vita.

I poliziotti cinesi, che non parlano italiano e dunque non possono interagire con la popolazione locale, stanno svolgendo un ruolo che si avvicina di più a quello di un ufficio informazioni o guida. Cosa alquanto inutile considerando la forte presenza in Italia di persone che parlano il cinese, anche grazie ai numerosi corsi di lingua avviati dalle nostre principali università.

No dell’Ue all’economia di mercato cinese
La presenza dei poliziotti cinesi per le strade di Roma e Milano accorcia se possibile ancora di più le distanze, stringe i cordoni di un’amicizia che innegabilmente all’Italia fa comodo, anche e soprattutto in chiave economica. Asservimento in chiave utilitaristica? Forse. L’Italia però in questo non segue del tutto l’Europa o alcuni dei suoi partner europei.

Non a caso anche la Francia, un paio di anni fa, aveva avviato con la Cina delle trattative per un pattugliamento congiunto delle strade di Parigi, ma il progetto non era poi andato avanti a causa delle forti perplessità del governo francese, specie basate sulle profonde differenze normative e procedurali tra le polizie dei due paesi.

La decisione poi in queste ore dell’Europarlamento per il quale “la Cina non è un’economia di mercato” e “ancora non soddisfa i cinque criteri stabiliti dall’Unione europea per definire le economie di mercato”, pone altre barriere tra il Paese del dragone e il vecchio continente, con l’Italia candidata a fare da pontiere.

 

apparso su Affarinternazionali

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Rallenta poco la crescita della Cina nel primo trimestre 2016, +6,7%

Piccoli spiragli nella crescita economica della Cina nel primo trimestre dell’anno. Secondo i dati diffusi dall’istituto centrale di statistica, il dato registrato per il periodo gennaio-marzo è del 6,7% rispetto all’anno precedente, mostrando come la Cina sia cresciuta a ritmo più lento dalla crisi finanziaria globale nel 2009. Il dato diffuso oggi rappresenta un calo rispetto al 6,8% registrato nell’ultimo trimestre del 2015, ma è in linea con le previsioni e gli obiettivi del governo per l’intero anno, fissati tra il 6,5% e il 7%.  L’economia cinese sta subendo un rallentamento prolungato dovuto anche al lento processo di cambiamento della sua economia basata sulle esportazioni verso un modello di crescita basato sui servizi più sostenibili e consumi privati. I dati relativi alle esportazioni di marzo hanno sorpreso il mercato per il fatto di essere saliti in territorio positivo dopo essere caduti nei precedenti otto mesi. Nel frattempo,  anche il manufacturing purchasing manager index a marzo è risultato in espansione il mese scorso, per la prima volta in nove mesi. A marzo si è anche fermato il calo delle riserve valutarie, guadagnando 10 miliardi di dollari mostrando, secondo gli analisti, una maggiore fiducia sul futuro economico della Cina e sul valore dello yuan.

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Aumenta l’export cinese a marzo, soffrono le banche del dragone

L’export cinese segna a marzo un rialzo annuo dell’11,5%, il primo in nove mesi, a 160,8 miliardi di dollari, mentre l’import ha un calo del 13,8%, a 131 miliardi. Secondo i dati diffusi dall’Amministrazione delle Dogane, la denominazione in yuan porta a percentuali pari, rispettivamente a +18,7% e a -1,7%. Nei primi tre mesi dell’anno, il totale delle esportazioni e delle importazioni ha avuto una frenata dell’11,3%. Si tratta di un trend che potrebbe segnalare una stabilizzazione o forse una una ripresa della seconda economia al mondo, impegnata nella difficile fase di transizione da export e manifatturiero verso servizi e consumi. Intanto, le banche cinesi rischiano perdite pari al 7% del pil cinese sui prestiti concessi alla aziende. Un macigno da 1.300 miliardi di dollari. A fare i conti e’ il Fmi, sottolineando che la cifra ”che sembra elevata e gestibile dalla Cina, dati gli elevati cuscinetti di capitale delle banche e la crescita economica del paese”. ”Le difficoltà delle aziende cinesi e’ importante per le banche cinesi. I prestiti alle aziende potenzialmente a rischio sono 1.300 miliardi di dollari”.

fonte: ANSA

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Inflazione stabile in Cina a marzo, e per la WB crescita 2016 al 6,7%

L’inflazione in Cina nel mese di marzo è rimasta invariata al 2,3% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, al di sotto delle aspettative di mercato, secondo i dati diffusi stamattina dall’Ufficio Nazionale di Statistica. Analisti avevano previsto che l’indice dei prezzi al consumo (CPI) sarebbe salito al 2,5%, contro il 2,3% nel mese di febbraio. L’indice dei prezzi alla produzione a marzo è sceso 4,3% rispetto all’anno precedente, rispetto alla caduta di febbraio del 4,9%. Il mercato si aspettava una caduta dei prezzi alla produzione al 4,6% su base annua.

Intanto, secondo la Banca Mondiale (come riporta l’AP), la Cina rimane il principale motore della crescita in Asia quest’anno, nonostante il suo rallentamento prolungato, aiutato da espansioni sostenute negli altri paesi asiatici. La banca prevede che lo sviluppo in Asia orientale crescerà a un ritmo ancora robusto del 6,3% quest’anno, in calo dal 6,5% nel 2015. Filippine e Vietnam guideranno la crescita, con le loro economie in espansione di oltre il 6%. L’Indonesia, la più grande economia nel sud-est asiatico, è prevista crescere del 5,1% nel 2016 e del 5,3% nel 2017. Nel 2015, lo sviluppo di Asia orientale pacifica hanno rappresentato quasi i due quinti della crescita globale, più del doppio del contributo combinato di tutte le altre regioni in via di sviluppo. La Cina, la seconda più grande economia del mondo, si sta spostando da una crescita basata su esportazioni e  investimenti, a un maggiore affidamento sulla spesa dei consumatori. Le ultime stime della Banca Mondiale fissano la crescita cinese al 6,7% quest’anno e al 6,5% nel 2017, in calo dal 6,9% del 2015. Il rapporto della Banca Mondiale ha esortato la Cina a continuare le riforme, e di spostare la spesa pubblica dalle infrastrutture verso i servizi pubblici tra cui l’istruzione, la sanità, l’assistenza sociale e la protezione dell’ambiente. I bassi prezzi delle materie prime e una più debole domanda estera continueranno a interessare anche diverse piccole economie, tra cui il Laos, Mongolia e Papua Nuova Guinea. La crescita della Cambogia sarà leggermente al di sotto del 7% nel 2016-2018 a causa di prezzi più deboli per le materie prime agricole, le esportazioni di abbigliamento vincolati, e una moderata crescita nel settore del turismo. La banca mondiale cita anche alcune criticità nell’area: oltre alla possibile frenata dell’export di materie prime già citata, anche rischi legati all’alto debito e alla deflazione in alcune economie importanti.

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La Mongolia verso il vertice Asem, tra Mosca e Pechino

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Articolo pubblicato su AffariInternazionali

Dalla piazza principale di Ulaanbaatar, Gengis Khan (o come lo chiamano qui Cinghis) continua a guardare dall’alto del suo trono la sua Mongolia. Ma quello che, da lui creato, è stato nei secoli uno dei più grandi imperi e che qualche anno fa ha fatto registrare uno dei tassi di crescita più importanti a due cifre, sta attraversando un periodaccio.

Il vertice Asia-Ue
I conti vacillano, la situazione politica è instabile, molti settori trainanti dell’economia mongola sono alla canna del gas, tanti cittadini scontenti. Pochi giorni fa centinaia di minatori hanno manifestato a Ulaanbaatar contro il contratto di 5,4 miliardi di dollari che il governo ha sottoscritto con la Rio Tinto per l’estrazione mineraria nella zona di Oyu Tolgoi, la più importante del Paese, parlando di svalutazione dei beni dello Stato.

E, nonostante tutto questo, a luglio la Mongolia sarà al centro del mondo politico internazionale quando, il 15 e il 16, ospiterà il vertice Asem, che raduna i capi di Stato e di governo dell’Unione europea e quelli asiatici riuniti nell’Asean, più invitati illustri come cinesi e russi. Dopotutto, proprio questi due sono i convitati di pietra della Mongolia, che nella sua storia ha sempre dovuto fare i conti sia con Pechino sia con Mosca.

Gli ingombranti vicini
Sono stati proprio i russi prima ad “aiutare” i mongoli invasi dai cinesi (che si erano vendicati di centinaia di anni di battaglie perse occupando nel 1919 la Mongolia) e poi a instaurare un regime sovietico nel paese, crollato dopo la perestrojka.

E verso Pechino (nel cui territorio – esattamente nella provincia autonoma della Mongolia interna – vivono più mongoli che nella stessa repubblica di Mongolia) si muove la quasi totalità (il 95,3% secondo i dati del 2014) delle esportazioni mongole, legate soprattutto alle miniere. Il sottosuolo mongolo è, infatti, ricchissimo di rame, oro, carbone, molibdeno, fluorite, uranio, stagno e tungsteno.

Da Pechino arriva più di un terzo del volume totale delle importazioni mongole: i dati del 2014 dicono che dalla Cina arriva il 41.5% delle importazioni totali, dalla Russia il 27.4%, Corea del Sud 6.5%, Giappone 6.1%.

Economia in affanno e ruolo italiano
L’economia mongola soffre: se nel 2013 la crescita era stata dell’11,3% e l’anno successivo del 7,8%, le stime del 2015 parlano del 3,5% (altre invece sono ancora più basse, del 2,3%). A pesare, il crollo dei prezzi dei minerali estratti, che ha dato uno scossone anche al fiorente settore immobiliare e delle costruzioni. Sono molti i palazzi e i grattacieli di Ulaanbaatar che attendono di essere completati o che sono vuoti e le imprese, anche straniere, che non sono state pagate per lavori effettuati.

Il tutto, in un Paese che ha una popolazione giovanile molto numerosa (il 43% dei mongoli ha meno di 25 anni, il 45% tra i 25 e i 54), un tasso di disoccupazione del 7,7% (2014, in aumento secondo stime all’8,3) e un reddito medio di 12.500 dollari.

Secondo i dati dell’ufficio Ice di Pechino (che ha giurisdizione anche sulla Mongolia), l’Italia è al quinto posto tra i paesi destinatari dell’export della Mongolia, con una quota di mercato dell’1,3%; come fornitore (provenienza dell’import) si attesta invece al 12° posto, con una fetta di mercato pari allo 0,6% (maggio 2015).

Nel primo semestre 2015, le esportazioni italiane in Mongolia hanno registrato un calo del 15% rispetto al primo semestre 2014, attestandosi a 11,6 milioni di euro, costituendo comunque il decimo fornitore per il paese (tra le voci principali: meccanica, moda, arredo e alimentare).

La meccanica strumentale rappresenta la voce principale dell’export italiano nel paese, seguita dalla moda e dai prodotti della metallurgia. Le importazioni, pari a 25 milioni di euro, sono aumentate del 25%, e in gran parte sono costituite da prodotti agricoli.

La quota di mercato dell’export italiano è dello 0,9%, terza dopo Germania (3%) e Francia (1%). I settori di punta sono il minerario e il tessile; questi ultimi in dettaglio: 4,2 milioni di dollari per le esportazioni di metalli (2015), 7,4 milioni di dollari per le esportazioni nel settore tessile e dell’abbigliamento. Gli investimenti diretti italiani in Mongolia si attestano al 2013 a 10 milioni di euro.

Gli italiani in Mongolia sono davvero pochi: attualmente – compresi missionari e missionarie – sono poco più di una trentina, principalmente impegnati nei macchinari e nella moda (cachemire soprattutto). Ma il Paese, nonostante la crisi che sta attraversando, rappresenta comunque una grande opportunità per le nostre aziende.

Basti pensare che a fronte di quasi 3 milioni di abitanti in totale (due terzi dei quali vivono a Ulaanbaatar, in un Paese che è cinque volte l’Italia, il diciannovesimo al mondo), vivono oltre 40 milioni di animali e non c’è una industria capace di poterne processare le carni e le pelli e manca la catena del freddo.

Bisogna poi considerare l’importanza strategica del Paese non solo da un punto di vista industriale-minerario (che solo di striscio interessa l’Italia, mentre australiani e cinesi la fanno da padroni).

Un interlocutore per trattare con Pyongyang
Schiacciata tra due potenze, ma forte della sua neutralità, la Mongolia negli ultimi anni si è accreditata come interlocutore affidabile in una serie di situazioni. Prima fra tutte la Corea del Nord. Ad Ulaanbaatar c’è una forte presenza nordcoreana (è anche ospitata una rappresentanza diplomatica di Pyongyang) e nel regno di Kim Jong-un la rappresentanza diplomatica mongola è spesso la base per negoziati più o meno ufficiali tra il regime e il mondo.

L’Asem servirà proprio a questo, a dimostrare al mondo che la Mongolia può ritagliarsi un ruolo nello scacchiere internazionale, nonostante la sua attuale instabilità politica (le elezioni si terranno poco prima del vertice internazionale).

E l’Italia giustamente non vuole stare a guardare. Non a caso a dicembre il ministro Paolo Gentiloni ha annunciato l’apertura di una nostra ambasciata nel paese (attualmente c’è solo un console onorario e tutto dipende dall’ambasciata a Pechino), mentre a Roma è già presente una rappresentanza diplomatica mongola così come funziona una Camera di Commercio italo-mongola.

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Cambia il capo della consob cinese e mancano importanti dati di capitali da report Banca Centrale

La Cina ha deciso di cambiare il capo della propria Consob, soprattutto a seguito delle forti perdite che l’estate scorsa hanno registrato le borse cinesi. Si era anche parlato di grosse speculazioni ad arte. Intanto, mentre si registra questo cambiamento, come denuncia il South China Morning Post, mancherebbero dati fondamentali dal report della banca centrale cinese circa il flusso di capitali.

Xiao Gang lascia la guida della China Securities Regulatory Commission, l’autorità di vigilanza sui mercati finanziari, e passa il testimone a Liu Shiyu, ex presidente della Agricultural Bank of China (Abc) ed ex vicegovernatore della Banca centrale cinese. La mossa, riferita dall’agenzia ufficiale Nuova Cina, sconta il turbolento periodo della scorsa estate in cui le Borse di Shanghai e Shenzhen, dopo i rialzi segnati fino a metà giugno, ebbero un tracollo perdendo il 40% circa del loro valore, prima dell’intervento di sostegno della leadership cinese ai massimi livelli. Un trend tale da motivare il via all’esame dell’operato dell’Autorità e di Xiao nella gestione della crisi. Xiao, 57 anni e a capo della Csrc da marzo 2013, aveva offerto le sue dimissioni dopo i risultati dubbi del “circuit-breaker”, il meccanismo che avrebbe dovuto aiutare a stabilizzare i mercati, introdotto a inizio gennaio. Le Borse di Shanghai e Shenzhen, invece, furono bloccate due volte in quattro giorni creando scossoni a livello globale. Il sistema prevedeva lo stop delle contrattazioni prolungato a fine giornata nel caso di forti oscillazioni superiori al 7%, al ribasso o al rialzo, dei titoli dell’indice Csi300, del cui paniere ci sono le Blue Chip di Shanghai e Shenzhen. Liu, 54 anni, ha passato gran parte della sua carriera nella Banca centrale cinese fino a diventare vicegovernatore dal 2006 alla fine del 2014, quando passò alla guida della Agricultural Bank of China, una delle quattro big degli istituti di credito cinesi.

fonte: ANSA

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Da marzo vietato ai media stranieri pubblicare online in Cina

Altro che apertura: il Ministero dell’Industria e dell’Information Technology ha diffuso nuove regole che, se fossero applicate come scritto, in sostanza, impedirebbero a qualsiasi organo di informazione straniero, editori, società di giochi on line, fornitori di informazioni, e le società di intrattenimento, tutti rigorosamente non cinesi, a cessare le attività a partire dal 10 marzo. Il nuovo regolamento, realizzato in  in collaborazione con la State Administration of Press, Publication, Radio, Film and Television (SARFT), comprende regole molto più severe su ciò e chi può pubblicare on line. Di seguito un lungo articolo esplicativo (in inglese) ripreso da qui. Ne ha parlato anche Repubblica, qui.

In the latest sign that China’s long-touted “opening up” is reversing into a “closing down,” a Chinese ministry has issued new rules that ban any foreign-invested company from publishing anything online in China, effective next month.

 The Ministry of Industry and Information Technology’s new rules (link in Chinese) could, if they were enforced as written, essentially shut down China as a market for foreign news outlets, publishers, gaming companies, information providers, and entertainment companies starting on March 10. Issued in conjunction with the State Administration of Press, Publication, Radio, Film and Television (SARFT), they set strict new guidelines for what can be published online, and how that publisher should conduct business in China.
 “Sino-foreign joint ventures, Sino-foreign cooperative ventures, and foreign business units shall not engage in online publishing services,” the rules state. Any publisher of online content, including “texts, pictures, maps, games, animations, audios, and videos,” will also be required to store their “necessary technical equipment, related servers, and storage devices” in China, the directive says. Any “online publication service units” needs to get prior approval from SARFT if they want to cooperate on a project with any foreign company, joint venture, or individual.
 Foreign media companies including Thomson Reuters, Dow Jones, Bloomberg, the Financial Times, and the New York Times have invested millions of dollars—maybe even hundreds of millions collectively—in building up China-based news organizations in recent years, and publishing news reports in Chinese, for a Chinese audience. Many of these media outlets are currently blocked in China, so top executives have also been involved in months of behind-the-scenes negotiations to try to get the blocks lifted.
 Gaming companies including Sony PlayStation and Microsoft Xbox have been making inroads in China with varying degrees of success, while social media giants like Facebook are clamoring to get in—all drawn by the country’s massive online population, estimated at nearly 700 million people.
But the new rules specify that, aside from approved projects, only 100% Chinese companies will produce any content that goes online, and then only after approval from Chinese authorities and the acquisition of an online publishing license. The Chinese language version of China’s 2015 foreign investment handbook also prohibited foreign investment in “network publishing services,” but the English-language version did not (pdf, pg. 39), and that ban was little-noticed by foreign companies looking to enter China.
 Companies will then be expected to self-censor, and not publish any information at all that falls into several broad categories, including:
  • harming national unity, sovereignty, and territorial integrity
  • disclosing state secrets, endangering national security, or harming national honor and interests
  • inciting ethnic hatred or ethnic discrimination, undermining national unity, or going against ethnic customs and habits
  • spreading rumors, disturbing social order, or undermining social stability
  • insulting or slandering others, infringing upon the legitimate rights of others
  • endangering social morality or national cultural tradition

Quartz contacted the Ministry of Industry and Information Technology from Hong Kong asking for further clarification on how the rules would work, but the ministry said it could only reply to faxed questions that came from a reporter with a mainland press card.

While the new rules sound draconian, how effective they may be at shutting foreign companies out of China’s internet entirely remains questionable, You Yunting, an IP lawyer and partner at Shanghai’s Debund Law Offices, told Quartz. The State Internet Information Office, under “internet czar” Lu Wei, is actually in charge of internet policy in China, he points out, but these rules were put out by the technology ministry and SARFT. “Websites don’t even belong to their management,” he said. Lu has been reaching out to foreign internet giants, including a high-powered meeting in Seattle last September.

Scott Livingston, a Hong Kong-based lawyer specializing in Chinese technology law, disagrees. “SARFT has many duties, but with respect to the internet its main task is to regulate online audio and video content, which includes administering the License for Publication of Audio-Visual Programs Through Information Networks,’” (link in Chinese) he said. MIIT, the regulation’s other drafter, “is the nation’s principal internet regulator and the primary body responsible for licensing and registering Chinese websites.”
Even so, they will be tough to enforce, Ying Chan, the director of the journalism program at the University of Hong Kong, told Quartz. “Using rules of the print age to govern the internet does not work,” she said. “How do you license media in an age when everyone could become a writer and publisher? With these set of regulations, the government is fighting both market forces and technology.”
 Nonetheless, the rules are yet another indicator that under president Xi Jinping, Beijing is moving to consolidate control, reduce foreign influence, and wipe out any dissent in China.

 

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